Serri, la terra santa dove i nuragici trovavano l’unità perduta

Fonte. L’Unione sarda - marzo 2004

martedì 10 aprile 2007 di exeo

Giovanni Lilliu ci ha restituito pagine affascinanti sulla civiltà nuragica, dimostrando qualità letterarie di prim’ordine. Sui nuraghi, sulle statuine in bronzo, sulla religione, sulla società, sui miti di quel popolo di pastori-guerrieri, «diviso politicamente ma con una cultura e una religione uniforme in tutta l’Isola».

Fin dalla prima edizione della Civiltà dei sardi (1963), l’archeologo di Barumini ci ha regalato pagine di rara suggestione raccontando le gesta e i limiti delle genti preistoriche che popolavano l’Isola oltre tremila anni fa.

Tra le pagine più interessanti sono da annoverare senz’altro quelle che l’accademico dei Lincei dedica al santuario di Santa Vittoria di Serri (oggi restaurato, con un centro di accoglienza per i visitatori).

Immaginando che questo villaggio, in splendida posizione panoramica sul ciglio di un un altopiano, fosse un grande santuario che raccoglieva periodicamente le genti della Trexenta, della Marmilla, del Sarcidano per le feste e i riti collettivi, dal mercato alle riunioni degli anziani.

Una sorta di terra franca, dove i clan, le tribù, mettevano da parte odi, rancori e armi per incontrarsi, concludere affari, fare pace, stabilire intese.

Ecco dunque, il villaggio-santuario di Santa Vittoria attraverso le parole di Giovanni Lilliu. «Se nel villaggio di Barumini, come in altri, come Serra Orrios a Dorgali, si hanno segni relativi a edifici di culto, ci resta un complesso di costruzioni che si caratterizza per il suo esclusivo aspetto religioso.

Mi riferisco al villaggio-santuario di Santa Vittoria di Serri, uno dei monumenti più importanti, fascinosi e fortemente evocativi della civiltà nuragica, anche se oggi non rimangono che squallidi muri spianati dal tempo, violati dagli uomini, immersi in una solitudine incantata, petrosa, nereggiante fra i colori del lentischio, degli asfodeli e delle margherite selvatiche che invadono la vastità dell’altopiano, silente, antica.

Il paesaggio, gradonato, è un altare: le genti nuragiche della Trexenta, della Marmilla e del Sarcidano lo vedevano da lontano e provavano quel senso di richiamo collettivo che i Greci sentivano per i loro grandi e celebri santuari.

Anche nel santuario sardo cessava, per qualche tempo, la faida, e si ritrovavano, nella religione, l’unità e il vincolo del sangue che l’interesse aveva frantumato e tornava lo slancio mistico, orgiastico, della festa.

Verso l’interno non c’è traccia di recinzione difensiva e ciò fa pensare che il grande spazio dell’altopiano fosse una terra santa, rispettata da tutti».

Lilliu immagina che «nel grande recinto porticato si vendevano le mercanzie, qui dobbiamo immaginare una confusa e pittoresca mostra di oggetti di lavoro per pastori e contadini, capi di vestiario, terraglie, chincaglierie».

Uno spazio assimilabile alle più moderne cumbessias o muristene, dove alloggiavano i pellegrini in occasione delle grandi feste. In quel grande recinto, si svolgevano spettacoli, giochi, balli. «Poi all’estremo limite di sud-est - prosegue Lilliu - la capanna delle assemblee federali, lontano dal rumore delle feste, nella pace del bosco. Accoglieva una cinquantina di persone: i notabili e le rappresentanze delle tribù convenute alla grande assise religiosa e politica».

Ma in parecchi punti del luogo sacro sono state notate tracce evidenti di incendi. «Il quadro umano del santuario ha un esito patetico - conclude Lilliu - Le orge dell’ultima festa, forse, si consumarono in un rogo immane. Ci torna in mente il racconto di Strabone V, dove è detto che alcuni capi militari romani, disperando di domare i Sardi in campo aperto, preferivano tendere loro degli agguati, profittando del costume di quei barbari di raccogliersi, dopo grandi razzie, a celebrare feste tutti insieme.

E così le feste campestri diventano l’olocausto di un popolo duro a morire».