Suggerimenti al giudice tedesco in materia di identità culturale sarda
venerdì 12 ottobre 2007 di Paolo Pulina
Giornali e televisioni hanno dato ampio risalto alle reazioni sdegnate degli intellettuali e dei politici sardi alla sentenza con la quale un giudice tedesco di Hannover ha concesso uno sconto di pena “per attenuanti etniche e culturali” a un giovane, che aveva sequestrato e torturato la sua ex fidanzata lituana, con queste motivazioni: “Si deve tener conto delle particolari impronte culturali ed etniche dell’imputato. E’ un sardo. Il quadro del ruolo dell’uomo e della donna, esistente nella sua patria, non può certo valere come scusante ma deve essere tenuto in considerazione come attenuante”.
Tutti i commentatori sardi hanno evocato la predominanza che è semmai sempre esistita nella cultura isolana della donna sull’uomo: si veda il volume di Maria Pitzalis Acciaro “In nome della madre. Ipotesi sul matriarcato barbaricino” pubblicato da Feltrinelli nel 1978 con una copertina che riproduce una bella immagine di donne di Orgosolo nel costume tradizionale delle vedove scattata dal fotografo pavese Guglielmo Chiolini.
Al giudice tedesco però in questa occasione vorrei suggerire ironicamente la lettura di altri libri che possono essergli di conforto nel concedere “le attenuanti etniche e culturali” nel caso in cui si trovasse di fronte, in futuro, qualche altro sardo condannabile, per esempio, per sequestro di persona o per aver dato il colpo di grazia a un malato terminale.
Il filosofo Antonio Pigliaru (1922-1969) è autore di un testo, considerato ormai classico, come “La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico” (1959; ora in “Il banditismo: la vendetta barbaricina”, 1970 ) con il quale ha voluto indagare scientificamente alcune costanti dell’antropologia della Sardegna centrale, non certo, come potrebbe pensare il giudice di Hannover, per dare una giustificazione “culturale” ai comportamenti devianti dei sardi che scelgono di fare i banditi o i sequestratori di persona.
Tra i tanti saggi che sono stati dedicati al fenomeno dell’ “eutanasia in Sardegna” segnalo il volume (dal titolo “Eutanasia ante litteram in Sardegna” - Sa femina accabadòra”, pubblicato dalle edizioni Scuola Sarda ) di due medici dell’Università di Sassari, Alessandro Bucarelli e Carlo Lubrano, che hanno studiato la figura della cosiddetta “accabadòra” (accoppatrice), la donna incaricata di procurare la morte in anticipo ai malati senza più speranze. Il volume, arricchito dalla documentazione rinvenuta presso alcune curie e presso alcuni musei della Sardegna, è un approfondito studio del fenomeno, non certo, come potrebbe pensare il giudice di Hannover, un apparato conoscitivo che può dare una legittimazione al comportamento dei sardi che, armati de “sa mazzola” (un attrezzo di legno), volessero dare il colpo mortale a qualche malato in agonia da tanto tempo.
Probabilmente ha ragione Massimo Onofri: quel giudice di Hannover “sensibile a tutte le problematiche sociali che l’immigrazione ha introdotto nella multietnica società tedesca” ha voluto valutare il comportamento del giovane sardo “nel contesto del sistema dei valori della sua società di provenienza, la Sardegna arcaica ed esotica, quale appare nelle descrizioni di qualche illustre viaggiatore, magari il barbarico e vitalista David Herbert Lawrence”. Per questo, più che accusare di razzismo il giudice di Hannover, mi sembra più pertinente parlare, nel suo caso, di inesistente conoscenza delle acquisizioni derivanti dalle ricerche antropologiche: in Sardegna si è riscontrato il fenomeno del matriarcato non quello del patriarcato (anche se la vicenda di Gavino Ledda, conosciuta in tutto il mondo grazie al libro e al film “Padre padrone”, e quindi il racconto delle vessazioni del padre sul figlio pastorello possono aver sotterraneamente influenzato il giudizio).
Allo stesso giudice bisogna anche spiegare che comunque non è corretto applicare sul versante professionale giudizi derivanti dalle costanti antropologiche che risultano dagli studi di scienza sociale, con ragionamenti del tipo: “nella tua comunità di origine vige un codice di comportamento ‘arcaico’ e io lo adotto come attenuante della tua pur innegabile ‘devianza’ rispetto ai canoni approvati nel contesto moderno in cui ti sei trasferito”. E’ ovvio quindi che, anche se fosse stata una donna sarda ad accanirsi in Germania, come il violentatore sardo, contro il suo ex partner (poniamo, anche lui di origine lituana), la pur registrata costante antropologica del matriarcato in Sardegna non avrebbe autorizzato il giudice di Hannover a concederle “attenuanti etniche e culturali”.
responsabile Comunicazione della Federazione delle Associazioni Sarde in Italia ( FASI)
Paolo Pulina
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