THARSIS - Romanzo etnico della Sardegna nuragica
mercoledì 5 settembre 2007 di vitale scanu
“Tharsis” - Romanzo etnico della Sardegna nuragica
di Vitale Scanu
P.T.M. Editrice
categoria: Letteratura in Italiano
anno: 2004
Giorni di vita quotidiana nella Sardegna meridionale preistorica.
Uno sguardo alla Sardegna da un punto di vista inedito
128 pagine - prezzo: € 20.00
“Tharsis” di Vitale Scanu - Romanzo etnico della Sardegna nuragica
Ne presentiamo due stralci
1- Sui ventosi pianori del monte Arci agli albori del cammino storico dell’Europa, qualcosa di grandioso ebbe vita, e durò per mille anni e più, a partire dal neolitico, nella terra di Shardan. Una civiltà tanto imponente che ancora oggi, a distanza di oltre tremila anni, i suoi riverberi, come di un’essenza radioattiva, si irraggiano fino a noi, rendendo i sardi orgogliosi della loro sardità. Una civiltà che inizia dove i miti finiscono, agli estremi confini della storia europea, e che possiamo ancora oggi ammirare documentata in quelle costruzioni megalitiche chiamate nuraghi, che dominano le alture e i pianori sconfinati della Sardegna. Molte lune sono passate, da quando gli avi protosardi, con sforzi inimmaginabili, cominciarono a elevare quelle gigantesche torri nuragiche.
Mettendo le ali alla fantasia, ci portiamo idealmente su una di quelle solitarie vastità montane. Siamo alle falde del monte Arci, su un altopiano denominato Prãu, che, terminando improvvisamente con un acrocoro roccioso di origine vulcanica, a mezzogiorno si protende verso una vastissima conca verde, e a bacìo degrada e si stempera nel Campidano di Oristano, andando a tuffarsi nell’amplissimo porto di Tharsis, primitivo nome dell’odierna Tharros.
L’inverno volge al termine: sono gli ultimi giorni di marzo. Sulla piana desolata scorrazza un gelido rovaio di tramontana, che sibila, ora gagliardo ora lamentoso, tra le querce e i sugheri piegati dall’inin-terrotto soffiare del maestrale. I lentischi e gli arbusti di cisto ed erica gigante si vanno ricoprendo pian piano di neve. Nelle vicinanze, alcuni cervi randagi vagano in cerca di riparo; qualche bramito, un abbaiare di cani e i belati di un gregge si confondono con il cielo grigio: uniche voci che rompono quegli ampi silenzi. Lo spazio, da qualsiasi parte si volga lo sguardo, è tutto un turbinìo di fiocchi bianchi. Qualche capra indugia coraggiosamente nel freddo, brucando le cimette più tenere.
Non c’è alcun altro segno di vita, né voci di uomini, né capanne, né il familiare fumo di qualche abitato. Il pastore Nuhr e suo figlio Ut, coperti di una soffice e impermeabile mastruca, con uose di orbace strette da corregge in pelle e una berritta in testa pure di nero orbace, con sa matzocca incalzano le capre verso gli ovili. Ne chiudono accuratamente gli ingressi con fascine spinose e si avviano per il bosco verso la propria abitazione, giù a mitza Mraxiãi (sorgente della Volpe).
Nuhr e la sua famiglia sono gente “benestante” e assai noti nei villaggi vicini. Con i loro animali - un numeroso gregge sulla montagna e qualche bovino in un chiuso coperto, contiguo alla capanna - abitano, come gli altri pastori, nel piccolo abitato di Bannar: una quindicina di pinnette con una settantina di abitanti, più alcuni metati per la conservazione delle ghiande e di altre riserve per le bestie. E’ un minimondo pastorale autosufficiente, che si fabbrica da solo le armi, gli utensili, gli oggetti in terracotta, i tessuti di lana, le stuoie, le ceste di vimini o i polloni di olivastro e di lentisco…
Con i coltivatori della terra, giù nella valle, baratta i legumi e il frumento per integrare l’alimento fornito dai greggi. Nell’ovile sulla montagna, Nuhr con i due figli grandi, uno a turno, spesso pernottano anche più notti senza scendere alla loro capanna, specialmente durante i giorni della luna che devono trattenersi lassù per fare il formaggio o nel periodo che devono tosare le pecore, a inizio estate. Oggi, però, han dovuto trattenersi lassù più a lungo perché sono nati sette agnelli e undici capretti che bisogna accudire e presentare alle mamme (amammai) per l’allattamento. Un somarello allevia loro le fatiche delle quotidiane trasferte al monte, perché a scendere porta giù gli otri del latte, il formaggio, qualche agnellino bisognoso di cure, la legna da ardere, le prede della caccia, le ghiande per i maiali…
A salire, il suo carico è una bisaccia con le due sacche piene di focacce, recipienti di sughero (casiddus) per la mungitura, qualche falcetto o zappa di bronzo… Ma quando è brutto o il sentiero è gelato gli risparmiano il più possibile l’incombenza. Per loro il piccolo quadrupede è un aiuto prezioso e vederlo scivolare e fracassarsi qualche zampa per il ghiaccio, sarebbe una grossa perdita. Oggi, che il tempo è gelido, non lo hanno portato.
2- La famiglia di Nuhr
Nuhr è un uomo sulla quarantina. Corporatura robusta, conciata dai venti montani, dal sole torrido e da ogni temperie. Sguardo acuto e fermo, in un volto che sembra scolpito nel legno, incorniciato da una folta barba corvina e la fronte segnata da qualche ruga. E’ una figura monumentale di tipico sardo, sincero, forte e sicuro di sé. Mentre scendono dal pianoro montano, l’uomo nota, in lontananza, giù nella valle, una densa colonna di fumo che si leva pigramente e ristagna nell’aria grigia.
I due continuano, attraverso il bosco, fino alla loro capanna. Arrivati, si scuotono la neve di dosso ed entrano. All’interno, la moglie Orgìa, il vecchio nonno Babài, cieco, e altri tre figli di Nuhr, una femmina e un maschio: Tehra e Karài, più un puffino di circa due mesi, appena arrivato. Lo chiamano Oskir (etimo probabilmente nuragico, che significa vento), perché strombazza la sua buona digestione e il suo buon umore… senza riguardi per nessuno.
Anche lui, come fisico, non promette male. E’ il centro di tutta la famiglia; quand’è nato, uno zio gli ha regalato una bella puledrina saura. Karai gli ha preparato nella capanna una comoda lettiera un po’ rialzata, con uno strato di sughero ricoperto di paglia e, sopra, una soffice pelle di montone, alzando torno torno due robuste sponde di canne bene avvincigliate perché il piccolo non trasbordi dalla “culla”. Tehra non manca, ogni giorno, di portare dalla stalla il latte fresco, specialmente per uso e consumo del fratellino Oskir. Tutti riuniti, siedono con occhi lacrimanti attorno a un grande fuoco (su foxìbi, il focolare), immersi nel fumo che si inerpica e indugia per l’incannicciata del tetto rivestita d’argilla, su cui già ha depositato una morchia secolare.
Orgìa sta macinando, in un mortaio di sasso, l’orzo che tira su a manciate da una giara seminterrata nel pavimento e ogni tanto si alza e va a controllare alcune focacce di farina che stanno cuocendo su pietre arroventate. Karai, in un canto, lavora a ripulire una villosa pelle di pecora: ha intenzione di farsene una bella mastruca di riserva. Tehra è già a buon punto nella costruzione di un cestone di sparto che le servirà quando andrà per lumache o per funghi.
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Un giorno, nonno Nuhr dice a suo nipote: «Davus, riportami alla mia montagna. Sento che i miei giorni stanno terminando. Tra poco mi riunirò ai miei avi. Il luogo più bello per aspettare la mia ora, è lassù, sui miei monti.» Davus allestì una sorta di portantina, la sistemò con cura su un asino e accompagnò verso i monti il suo nonno millenario, ormai incanutito e molto stanco. Arrivati alla prima altura di nurax’e Trùttiris (nuraghe delle tortore), dalla quale si possono scorgere i contrafforti di Prãu, che incombono lassù corrucciati e solitari, Nuhr chiede di scendere dall’asino e si lascia cadere pesantemente su un masso, al riparo di un arbusto di corbezzolo.
Si annuncia inequivocabilmente l’inverno. Una gelido vento di tramontana porta nell’aria un nevischio persistente che raggela. Davus si accoscia davanti a Nuhr e prendendo gli avambracci del nonno con le poderose mani, dopo averlo guardato intensamente negli occhi, gli chiede: «Nonno, sei stanco?!» Lo sguardo del nonno percorre, lentamente, tutta la cerchia dei suoi monti: «Sì… stanco… molto stanco».
La sua voce ormai è solo un soffio. «Vedi… Davus, guarda lassù. Lì era la casa dei nostri avi e del saggio nonno Babài. Da lì è partita la nostra gente. In tempi remoti senza misura, da lì è iniziata la nostra storia in questa verde valle. Ora siamo qui noi, con la nostalgia dei nobili decaduti… Figlio mio, tu devi essere orgoglioso della tua terra, sempre… sempre. Custodisci e ama la terra e la terra custodirà te...
Noi abbiamo il sapore della nostra terra, come gli altri frutti che essa genera. Come il legno bruciando restituisce il calore che il sole gli ha messo dentro… come il campo ti ridona moltiplicato il seme che gli hai affidato… così tu lascia fiorire dal tuo spirito l’amore alla tua terra per i doni che essa vi ha generosamente seminato.. . Non tradirla mai… la terra. Non fare mai alcuna cosa contro il tempo e contro le stagioni, né contro la madre terra né contro il cielo, perché con essi tu perderesti sempre. Ricorda con affetto i tuoi antenati.
Se qualcuno ti dice che le stelle sono lucerne appese nell’altissimo cielo, non gli credere; esse sono le anime dei nostri avi che brillano lassù e sempre ci guardano. E quando, sentendo il nome di Shardan, ti viene un profondo sospiro… e senti come un sorriso salirti dal cuore, quello è il segno che sei un vero sardo. Non lasciarti mai derubare di questo sorriso. Ho speso più di venti secoli della mia vita per insegnare questo ai miei figli e anche a te, Davus, che sei pure figlio mio. Anche tu, un giorno, sarai un antenato... Ricorda tutte queste cose, perché chi perde la memoria delle cose passate perde la scienza della vita… e non ha futuro... e scomparirà dalla terra.
E’ come se non fosse mai esistito. Ma non scompare colui che riesce a conservare la propria identità attraverso la memoria. Infatti, per quanto vada lontano… un uomo, mai si allontanerà abbastanza dal suo passato. Il mio spirito adesso può riposare contento… sì sì… contento, in pace.» Nuhr guarda ancora una volta verso i monti. Ora non parla più. Sui suoi occhi antichi passa come una nuvola d’ombra. Davus, stringendo le mani del nonno nelle sue, lo fissa a lungo, mentre gli occhi gli si inumidiscono. Chiude con delicatezza le palpebre del suo grande antenato, conscio di chiudere gli occhi di cento secoli. Agli angoli di quelle palpebre chiuse ormai per sempre, scendono lenti due lacrimoni. Davus piega la fronte, poggiandole sulle ginocchia del nonno, e piange sommessamente.
vitale scanu
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