Tfr, fondi pensione, silenzio-assenso...

due articoli da "ll manifesto" del 12 Agosto

giovedì 16 agosto 2007 di exeo

Il silenzio (assenso) dei colpevoli
di Alessandro Robecchi

Non mi ricordo mai come dice quella storiella che mi piace tanto. Com’è? Una farfalla sbatte le ali in Africa e c’è il terremoto in India. O era in Sudamerica (la farfalla), e il terremoto in Cina? È una bella metafora, ma non mi ricordo mai come fa esattamente.

Semplifichiamo così: un impiegato del Wisconsin non riesce più a pagare il mutuo della casa, e un operaio che ha messo il suo tfr nei fondi pensione in Italia se lo prende in quel posto. È lo stesso, no? Più o meno.

Credo che voglia dire che nel mondo tutto è collegato e tutto si tiene. Non so tra le farfalle e i terremoti, ma di sicuro quando bisogna fregare i lavoratori. Naturalmente nel furto con destrezza quello che conta è il tempismo.

Settecentotrentamila persone hanno deciso negli ultimi mesi di conferire i loro tfr ai fondi pensione, volontariamente. Un altro milioncino di tfr è finito nei fondi pensione con il meccanismo del silenzio-assenso. La Borsa italiana ha perso nelle ultime quattro settimane circa 74 miliardi di euro, più o meno il 9% del suo valore.

Sarà anche vero che i fondi pensione italiani sono in gran parte costituiti da obbligazioni, ma resta più o meno un 30% del totale investito sul mercato azionario, e quindi nessuno può negare che ci siano state delle perdite. Insomma: mettiamo che un paio di mesi fa hai messo il tuo tfr in un fondo pensione, ora te lo trovi un po’ smagrito. Di quanto? Poca cosa, per carità, qualche decina di euro al massimo. A pensarci bene è un prezzo accessibile per una buona lezione di capitalismo finanziario avanzato (e applicato: ai soldi nostri).

Resta da capire una sola cosa: come mai tutti i giornali e i tg e i guru della finanza, che fino a ieri si sbracciavano da pagine e schermi per parlarci della modernità di questo passaggio del nostro tfr alla Borsa, ieri erano tutti muti? Niente cifre, niente calcoli, niente analisi. Che stranezza, vero? Saranno in ferie. Oppure solo un po’ tristi: è il silenzio (assenso) dei colpevoli.

Mercati sul filo del rasoio
Dopo il venerdì nero, tutti col fiato sospeso. Ma le banche centrali sono pronte a reintervenire Gli hedge fund stanno propagando la pandemia dei mutui subprime in Europa. Negli Usa la Fed potrebbe decidere a sorpresa una riduzione anticipata dei tassi di interesse.
di Galapagos

L’ombrello delle banche centrali rimane aperto e si intensificano i rapporti tra i governatori alle prese con vacanze piuttosto agitate e quasi da tutti rinviate. C’è un certo ottimismo sulla riapertura dei mercati di domani mattina: l’andamento delle borse statunitensi che hanno recuperato venerdì larga parte delle perdite accumulate nella prime ore della giornata sull’onda degli interventi a sostegno della Federal reserve è la premessa di un possibile recupero anche dei mercati asiatici e europei. Insomma, quella di domani potrebbe essere una giornata tranquilla, ma poi?

Una cosa è certa: la crisi delle società che gestiscono mutui subprime non è destinata a esaurirsi rapidamente. I subprime, che qualcuno definisce mutui «spazzatura» ricordando i junk bond (le obbligazioni spazzatura che alcuni anni fa misero nei guai migliaia di «risparmiatori» alla ricerca di alti rendimenti) sono un prodotto finanziario quasi esclusivamente statunitense. Ma la globalizzazione delle finanza ha abolito le frontiere e così i subprime sono finiti nel portafoglio di centinaia di fondi d’investimento sparsi per il mondo.

Alcuni giorni fa Bnp-Paribas aveva comunicato di aver sospeso tre sui fondi che avevano (e hanno) in portafoglio mutui subprime; ieri la banca d’affari tedesca WestLb ha reso noto di avere un’esposizione di 1,25 miliardi di euro al settore dei mutui subprime Usa. Un portavoce ha spiegato che la cifra, diffusa per la prima volta, riguarda tutte le sussidiarie precisando che l’87% degli asset hanno un rating ’AA’ o superiore e per il 98% il rating è ’A’ o superiore. Il dubbio a questo punto si sposta anche sulle società di rating che danno giudizi (come nel caso di Parmalat) spesso costruiti sul nulla e quindi falsi, senza doverne mai renderene conto. Ma in Germania è anche esploso il caso della Ikb che non è fallita solo grazie all’intervento della Bundesbank. E assieme alla renana Ikb molte altre banche sarebbero coinvolte in operazioni legate ai subprime.

Da sottolineare che queste banche non sono direttamente coinvolte nella concessione dei mutui, ma intervengono in una seconda fase, rilevando i mutui che vengono cartolarizzati. Il meccanismo ha un che di infernale. Ci sono le società specializzate in subprime che concedono i mutui a tassi (indicizzati) molto alti visto che la clientela non fornisce garanzie. La fase successiva è la «vendita» di pacchetti di mutui (una cartolarizzazione) a prezzo scontato al sistema creditizio per seguitare a elargire nuovi mutui. Ma difficilmente le banche acquirenti si tengono i mutui acquistati. C’è infatti una terza fase: vengono emesse obbligazioni a alto rendimento garantite dai mutui che vengono cedute alla clientela, magari inserendoli nei pacchetti delle gestioni patrimoniali. Insomma, una infernale catena di sant’Antonio. Che come tutte le catene a un certo punto si rompe.

A provocare la rottura è stato il forte rialzo dei tassi di interesse negli Usa che ha reso molto più salati gli interessi (già molto più alti del normale, trattandosi di clientela a rischio) da pagare. E molti non hanno più pagato e le case, coperta da ipoteca, sono ritornate nella disponibilità di chi aveva concesso il mutuo o di chi lo aveva in una fase successiva rilevato. Ma a questo punto è scattato anche lo «sboom» immobiliare e il valore delle case ha cominciato a cadere al di sotto del valore del mutuo concesso.

Di più: vendere le case (che ovviamente non sono residenze di lusso) è diventato sempre più difficile. Anche perché il rallentamento dell’economia Usa ha frenato la crescita dei redditi. E’ a questo punto che cominciano a scricchiolare i conti economici delle società che concedono i mutui subprime e quelli delle banche (e dei clienti) che hanno rilevato direttamente i mutui spazzatura. Il caso più clamoroso, almeno per ora è il fallimento - decretato il 31 luglio - di due fondi controllati dalla Bear Steams che oltretutto viene accusata da un socio di non aver fatto nulla per prevenire il collasso dei fondi.

Negli Usa si cerca di capire come sia potuto accadere tutto questo e più d’uno (a cominciare dal premio Nobel Stiglitz) ha cominciato a mettere sotto accusa la politica del basso costo del denaro attuata da Greenspan che non è servita più di tanto a stimolare gli investimenti (vista l’enorme capacità produttiva inutilizzata, ma ha fatto decollare l’economia attraverso l’esplosione dei consumi delle famiglie (grazie anche alla rinegoziazione dei mutui garantiti dalla case il cui valore cresceva) che hanno, però, affogato le famiglie in una mare di debiti. Dopo la forte ascesa dei tassi (quello di riferimento sui Fed fund è al 5,25%) molti chiedono a gran voce un forte e anticipata diminuzione, anche per rilanciare l’economia Usa, anche se il sistema dei prezzi mostra forte tensioni che sconsigliano una diminuzione.

Il collasso dei subprime sta mettendo in crisi il sistema bancario. Non è un caso che in borsa siano proprio i titoli del sistema creditizio a registrare i cali più vistosi. In questa situazione le banche cercano di accumulare più denaro possibile: i prestito interbancari sono praticamente bloccati perché chi ha cash se lo tiene ben stretto. Questo spiega - anche se non giustifica - gli enormi finanziamenti delle banche centrali di riforniscono di liquidità le banche per metterle in grado di fronteggiare ogni evenienza. Le banche centrali si giustificano sostenendo, tra l’altro, che se crolla il mercato borsistico, rischiano di rimanere a mani vuote decine di milioni di cittadini che hanno messo i loro soldi e le loro liquidazioni nei fondi pensione privati.

Quello che si cerca di legittimare è una sorta di liberalismo, ma con una componente sociale. La realtà è che si sovvenziona il sistema creditizio privato anziché finanziare il welfare costruendo case per i meno abbienti, la sanità per tutti e la previdenza privata. Tutte attività nelle quali il profitto non potrebbe mettere il naso. Comunque vada, a farne le spese saranno i soliti noti.