Cinque anni fa, entrando a studio la mattina, la scena del furto: finestre spalancate, freddo cane, l’agognato schermo piatto del computer, la radiolina satellitare, l’agenda elettronica (porca vacca, tutti i numeri di telefono!), la macchina fotografica, tutto sparito. Fortuna ci hanno lasciato la colonna del computer.
Vengono i carabinieri per il verbale: “Probabilmente sono rom, ci sono molti furti nel quartiere. Pure voi però, a stare così, senza inferriate e niente…” Certo, pure noi.
Rom o non rom, quel giorno i ladri si sono portati via la mia vecchia Pentax MX 10, teleobiettivo e grandangolo incluso. Me la ero comprata a diciassette anni con la paga di tre settimane di fabbrica di cioccolata: lavoro da tempi moderni ai nastri, dove scorreva incessante l’incubo di migliaia di conigli di pasqua e di fiumi di tavolette fondenti, al latte, alle nocciole, alle mandorle, all’uvetta… una nausea che neanche incinta!
Nelle pause ho conosciuto le “operaie” - italiane, spagnole, portoghese, jugoslave… solo la “caporeparto” era svizzera. E all’uscita c’erano i “controlli”, pene severe previste per i ladri di cioccolata.
Ci tenevo molto alla mia Pentax. È grazie a lei che ho scoperto la “classe operaia” in patria: donne invisibili altrove, con cui non riuscivo a parlare, che entravano in fabbrica all’alba e al fischio della sirena sparivano nel nulla.
La mia Pentax aveva odore di cioccolata. Chissà se i ladri se ne sono accorti?
I carabinieri ci dissero: “Probabilmente sono rom”. I rom, per me i roma, un popolo mitico. Allora esistono ancora, sono sopravissuti a Hitler dietro la cortina di ferro! Ho cominciato a fare caso a questa gente che, chissà da quando, era sbarcata a Roma. Prima c’erano i barboni, i mendicanti e le zingare che ti volevano leggere la mano a Termini. Poi, un anno fa, ho smesso di andare in motorino, ho iniziato a prendere il tram.
Da un anno “i rom” fanno parte della mia giornata: musicisti che suonano cose più o meno strazianti, donne e ragazze con bambini piccoli in braccio che chiedono soldi con un biberon vuoto, un’anziana magrissima vestita tutta di nero e piegata in quattro su un bastone, un uomo con un assortimento di santi e padri pii in una scatola di cartone…
A turni ben organizzati (la concorrenza uccide il business!) salgono alla stazione di Trastevere, svolgano il loro numero per cinque fermate e scendono a Piazza Mastai, cambiano banchina e riprendono il tram in direzione opposta.
E tra loro, verso ottobre, tra le quattro meno cinque e le quattro, il pomeriggio ha cominciato a salire sul mio 8 il bambino violinista, forse ha nove anni. Sale per ultimo, violino in mano, custodia in spalle e rimane discretamente con la schiena rivolto verso la porta. Appena si muove il tram si mette a suonare i suoi due tre pezzi di musica zigana.
È bravissimo, è serissimo, è un professionista! Non sorride a nessuno, non guarda in faccia nessuno, fissa un punto invisibile nella sua melodia. A piazza Nievo smette, s’incammina lungo il corridoio, incassa le mance e sparisce. Mai sentito che pronunciasse neanche un grazie. Sono sicura che va a scuola, la mattina non c’è mai. Due volte, con lui c’era il padre. Suonavano insieme e suonando con il padre, lo sguardo del bambino aveva un appiglio: si guardavano negli occhi, sorridendo.
Mio figlio vedendo suonare il bambino violinista ha voluto imparare a suonare il violino: “Così anch’io posso guadagnare dei soldini!”.
Gli ho trovato un maestro, caso vuole sia un esperto di musica zigana. Quando incontriamo il bambino violinista insieme, passo gli spicci a mio figlio che mi dice: “Ancora è più bravo di me!”
In settimana sono cominciati i “controlli” nei campi abusivi, Alemanno ha deciso di separare “il grano dal miglio”.
È da mercoledì che non vedo il bambino violinista. Non so come si chiama, non so se è rom, non so se vive in questi campi. Ma so che nessun computer e nessuna Pentax valgono il desiderio di suonare che questo bambino ha suscitato a mio figlio.
Sono avvilita, devo ancora ringraziare il bambino violinista e non so dov’è sparito!
Roma, 18 maggio 2008
Susanne Portmann
exeo
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