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Voci letterarie della Sardegna : Dagli anni ’50 e ’60 ai giorni nostri
La letteratura della Sardegna dalle origini ai nostri giorni : 4° e ultima parte
mercoledì 16 aprile 2008 di giovanna casapollo
Negli anni sessanta la tendenza inaugurata da Cambosu e dalla Giacobbe si afferma a opera di una generazione di giovani autori che danno luogo a un indirizzo i cui esiti arrivano fino ai giorni nostri, sia pure filtrati dalle esperienze del successivo ventennio.
Gli anni cinquanta e sessanta
Negli anni cinquanta vecchio e nuovo coesistono:
· Francesco Zedda pubblica C’è un’isola antica (1953), che fin dal titolo annuncia lo scenario di riferimento, con quell’antico di cui si continua ad andare orgogliosi e che viene ancora interpretato con lo spirito della tradizione letteraria, sia pure introducendo un modo di trattare la storia che, questa volta, ignora la verità dei documenti e preferisce l’invenzione alla quale si consegna la volontà di risarcimento
· Paride Rombi con Perdu (1953) che riprende un modulo deleddiano, sia pure con una storia ambientata in una regione isolana diversa dalla fiera Barbagia.
Testimoniano il mutamento di clima, oltre alle opere di Salvatore Cambosu Una stagione a Orolai (1957) e Miele amaro (1954) anche il Diario di una maestrina (1957) di Maria Giacobbe.
Sia per Cambosu, sia per la Giacobbe, la Sardegna non è più un assoluto che vive il rapporto con l’esterno come un disturbo (la dominazione, il saccheggio delle risorse), nella convinzione che il tutto il bene possibile sia nel suo territorio e tutto il male all’esterno, ma è una terra e un ambiente sociale ed economico che nel confronto con la contemporanea realtà italiana e mondiale scopre la propria debolezza e la nuova ingiustizia da cui è colpita. Negliannisessanta la tendenza inaugurata da Cambosu e dalla Giacobbe si afferma a opera di una generazione di giovani autori che danno luogo a un indirizzo i cui esiti arrivano fino ai giorni nostri, sia pure filtrati dalle esperienze del successivo ventennio. Da citare:
· Sonetaula (1960) di Giuseppe Fiori, che dal nuovo è appena sfiorato, e piuttosto spinge l’attenzione del lettore verso un mondo antico e al tramonto;
· Un Dodge a fari spenti (1962) di Salvatore Mannuzzu che si firma con lo pseudonimo di Giuseppe Zuri;
· L’aurora è lontana (1968) di Michele Columbu;
Queste opere, tra loro assai diverse, nel complesso riescono tuttavia a dare il senso del grande cambiamento intervenuto, nel mondo sardo, e nella sua letteratura. Una citazione a parte merita il romanzo Squarciò (1956) di Franco Solinas che offre una rappresentazione atipica della Sardegna e dei suoi problemi: non meno coinvolta, tuttavia, con le fondamentali questioni attorno alle quali hanno lavorato tanti autori isolani. Solinas sposta l’attenzione dalle montagne alle coste, dagli ambiti pastorali più noti a un inedito ambiente marinaresco, da moduli narrativi ben collaudati verso un’asciuttezza stilistica e tagli del racconto che preludono alla scrittura per il cinema, suo più autentico campo d’azione.
Gli anni settanta
Proprio nella collana dei “Franchi narratori” di Feltrinelli era apparso il “memoriale” di Gavino Ledda (1938) Padre padrone (1975) che era divenuto, grazie ad un intenso lavoro redazionale, un testo iperletterario. Sulla linea della più vivace narrazione orale, il vissuto della iniziazione di un pastore diventava sintomo e referto di un complesso edipico, sociale e politico, che criminalizzava tutti: tutti padri e tutti padroni. Padre padrone è la potente evocazione di un universo che si ribella a se stesso e all’ordinamento sociale ed economico da cui è oppresso, filtrata attraverso lo sguardo del giovane protagonista titanicamente proteso verso un sogno di conquista della cultura e della libertà di decidere del proprio destino. Il romanzo è scritto in un ribollente impasto linguistico in cui il sardo imprigionato sembra confliggere con l’italiano: da tale scontro deriva una materia linguistica irta d’asperità ed espressivamente efficace. Un testo che probabilmente, scritto in sardo, avrebbe accresciuto le sue straordinarie risorse di interesse e di fascino.
In questi anni e in questo momento di intensa militanza politico-culturale e di ripresa del romanzo si colloca il successo del romanzo Il giorno del giudizio (1977) di Salvatore Satta (1902-1975), una delle opere di più alto livello letterario che si siano registrate in Sardegna. Prima di raggiungere un simile risultato, Satta aveva presentato al Premio Deledda La veranda, scritto nel 1925, che aveva ottenuto scarsa considerazione dalla giuria ed è stato pubblicato dopo la morte dell’autore nel 1981. Il romanzo ha finito così per rappresentare un caso letterario, una specie di Gattopardo sardo, come è stato definito, proprio perché maturato accanto e al di fuori delle tendenze narrative correnti. È infatti il prodotto di una scrittura letteraria raffinatissima e di una straordinaria libertà espressiva che traggono origine da una cultura umanistica e filosofica profonda e vastissima, un’opera che rappresenta davvero una grande e drammatica metafora dell’esistenza.
Il giorno del giudizio, costruito su una struttura talmente sbilanciata da produrre, di per se stessa, effetti drammatici, nella prima parte ricapitola i termini di una storia individuale e collettiva e racchiude nell’unica pagina della seconda parte il breve ma compiuto monologo del narratore che traccia l’inventario dei motivi dai quali è stato spinto a evocare le vite dei personaggi e ripensa a ciò che quell’atto ha prodotto. Una sintesi da giudizio conclusivo, appunto, che coincide col racconto del dramma interiore di chi si è distaccato da un mondo con cui sente il bisogno di fare i conti nel tentativo, vano, di riappropriarsene.
Gli anni ottantae novanta
Gli anni ottanta si aprono con Il ponte di Marreri (1981) di Bachisio Zizi, che studia il passato avendo in mente le dinamiche economiche del presente e le possibilità del futuro. Seguono Sardonica (1983) di Giulio Angioni, La colpa di vivere (1983) di Antonio Puddu, Erthole (1984) di Bachisio Zizi, Apologo del giudice bandito (1986) di Sergio Atzeni, L’oro di Fraus (1988) di Giulio Angioni, Procedura (1988) e Un morso di formica (1989) di Salvatore Mannuzzu.
Questi ultimi autori, e segnatamente Atzeni e Mannuzzu, esprimono, ciascuno a suo modo, un cospicuo sforzo di innovazione sia sotto il profilo dell’organizzazione strutturale del racconto, sia sotto quello delle scelte linguistiche.
Sergio Atzeni (1952-1995) con L’apologo del giudice bandito (1986), costruisce, nel contesto della Sardegna del Quattrocento, un racconto breve, incentrato su personaggi estrosi e spagnoleschi che catturano l’attenzione del lettore. Questi personaggi appartengono sostanzialmente a tre categorie, quelli proni alle ingiunzioni del potere di turno, i locos, e quelli d’ingegno, fautori di indipendenza, ma pochi e banditi. Lo sfondo è una Sardegna segnata dalla malaria, dalla carestia, dalla fame e dalle cavallette, in un’epoca che l’autore fissa nel 1492, anno della scoperta dell’America e dell’inizio dell’età moderna, ma che serve a significare l’assoluta mancanza di cambiamento e quindi di modernità.
Un’allegoria della storia dell’isola come storia di una nazione mancata per l’assenza di una diffusa coscienza della propria unità e che si rifugia più che in alto, sulla montagna, nel profondo della terra, nei pozzi, nelle gallerie di miniere da utilizzare e sfruttare.
Da queste profondità geografiche e dell’inconscio, dove si gioca la partita della riscossa, non possono che giungere se non segnali di bardane. La struttura narrativa si avvale di invenzioni sagaci e moderne, sa tagliare la dimensione dell’episodio e sfoltire la pagina disegnando in maniera plastica i personaggi, ricorrendo anche al materiale povero delle immagini di un universo antropologico di mera sussistenza. La lingua, inoltre, mescola con abilità termini spagnoli e termini sardi popolari.
La seconda prova, Il figlio di Bakunin (1991), costituisce un ulteriore passo avanti nel modo di proporre il racconto. La struttura narrativa ha il carattere di un’inchiesta. Una madre, in vena di raccontare al figlio i personaggi della sua giovinezza, accenna, sulla spinta di un sogno, a uno dei giovani che l’avevano corteggiata: “Minatore, compagno. Anche dirigente del partito. Un po’ matto”.
Il racconto prende l’avvio subito nei modi dell’inchiesta, che è anche l’antica ricerca del padre. Il reporter - figlio - narratore, nato negli anni Cinquanta, connotato dall’orecchino e dalla smania di ricercare la verità e di documentarla ascolta, registra e trascrive i ricordi che dell’“eroe” sono sopravvissuti nella memoria degli intervistati. Un modo di far emergere il personaggio e quindi un clima storico e sociale, un momento di trapasso della società sarda, ma non solo sarda, con le sue aspirazioni, i suoi modelli, i suoi miti. Un modo di narrare che rinverdisce il filone neorealista, aggiornandolo a una problematicità tutta moderna, quella dell’identità data dal groviglio inestricabile prodotto dal proprio sentire e dallo sguardo altrui, a volte velato dal pregiudizio, a volte dall’affetto, a volte dall’invidia. Il quinto passo è l’addio (1995) è uno dei migliori esempi di romanzo metropolitano.
Oltre all’ulteriore progresso che si registra a livello linguistico nella direzione di una lingua che, pur letteraria, si anima con notevoli acquisizioni dal parlato dell’italiano regionale e del sardo, il romanzo ha una fortissima connotazione politica e religiosa. La prima, nella concezione della storia recente dell’Isola come contrassegnata dal tradimento delle attese della generazione che negli anni Settanta aveva creduto nell’intenzione della Sinistra di riformare e modernizzare la Sardegna; la seconda, in una visione dell’esistenza come occasione per mettersi in gioco, per non sprecarsi nella rassegnazione, per imparare a riconoscere il bene e il male nella quotidiana giostra degli eventi.
Questa vena religiosa è evidentissima nella sua opera postuma Bellas Mariposas (1996) nella quale, dal punto di vista linguistico, un italiano regionale fortemente connotato socialmente, un vero sermo humilis, dà conto della vita libera, povera, disagiata e disadattata, infelice e violenta, di due giovanissime della periferia cagliaritana, le quali, pur immerse in un contesto degradato, brillano per il loro candore, per la purezza che appare chiara, agli occhi di chi comprende che nessuna vicenda storica riesce a sovrastare il miracolo e il mistero della vita, di ciò che è vivo e pulsa di voglia di vivere.
La sua opera giornalistica di recente è stata raccolta da Gigliola Sulis nei due volumi Scritti giornalistici (1966-1995) pubblicati da Il Maestrale. In contemporanea la stessa casa editrice ha pubblicato una raccolta di racconti inediti dello scrittore (I sogni della città bianca, 2005).
Alla fine del Novecento, è apparso nel panorama letterario sardo Salvatore Niffoi. Lo scrittore è nato nel 1950 a Orani dove vive e lavora come insegnante nella scuola media e nella sua bottega da artigiano della ceramica, passione oltre alla letteratura. Il suo esordio risale al 1997 quando, per un piccolo gruppo di amici, pubblica con le edizioni Solinas di Nuoro, Collodoro, oggi assolutamente introvabile! Rivolto invece al grande pubblico è, nel 1999, Il viaggio degli inganni, edito da Il Maestrale, che ha anche pubblicato i suoi successivi tre romanzi, Il postino di Piracherfa (2000; tradotto in Francia); Cristolu (2001) e La sesta ora (2003), conquistando un pubblico fedele però ancora circoscritto nell’ambito geografico sardo. Le cose cambiano notevolmente nel 2005 quando la casa editrice Adelphi pubblica La leggenda di Redenta Tiria, uscito nel 2003 per “La Biblioteca della Nuova Sardegna”, conquistando un pubblico amplissimo e diventando praticamente il caso letterario dell’anno. L’anno successivo, con La vedova scalza, vince il premio Campiello ed è un’ovazione, un richiamo al caso letterario.
Nel 2007 è arrivato in libreria Ritorno a Baraule, sempre edito da Adelphi, mentre la casa editrice Il Maestrale ha pubblicato L’ultimo inverno.
Pubblico e critica hanno elogiato il suo stile narrativo, imbevuto dai ritmi, gli odori e i sapori della Sardegna, e il suo modo di esprimersi, inquinato dal vocabolario popolare e dialettale sardo.
Lezioni di Tiziana Deonette, Gisa Dessì e Simona Pilia
I testi sono liberamente tratti dal sito www.filologiasarda.eu sezione Didattica
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