Voci letterarie della Sardegna | Dalle origini al Settecento

la letteratura sarda dall’antichità ai giorni nostri parte 1°

giovedì 3 aprile 2008 di giovanna casapollo

Eusebio e Lucifero

Pur non avendo scritto versi né prose, i due vescovi sardi Eusebio e Lucifero possono essere collocati alle origini della letteratura sarda. Vissuti entrambi nel IV secolo dopo Cristo, viaggiarono a lungo, soprattutto nel vicino Oriente. Combatterono l’eresia ariana e patirono l’esilio per questioni religiose.

Morirono nello stesso anno, il 371: Lucifero nella sede cagliaritana; Eusebio, a Vercelli, città della quale era vescovo, per mano degli ariani che lo lapidarono. Si ricorda Eusebio per le Epistole (d’argomento religioso) composte con passione evangelica. A lui viene attribuito anche un Trattato sulla Trinità (secondo alcuni composto da san Atanasio) e un Evangelario latino, conservato nella cattedrale di Vercelli. Lucifero anch’egli autore di Epistole, ha lasciato numerose opere scritte in latino, in difesa dell’ortodossia e in forte polemica con l’imperatore Costanzo.

Di lui disse Francesco Alziator: “La prosa di Lucifero non si fa mai arte, ma vibra di tanta passione, forza ed umanità da rappresentare nella storia letteraria, e non solo, dell’Isola, il più notevole esempio di fede nelle proprie idee”. Lucifero traduce in vantaggio quello che potrebbe essere un non piccolo svantaggio: il suo essere pene barbarus lo pone nella condizione di precorrere i tempi, di antivedere ciò che ancora deve arrivare, di non averne paura. Egli si trova all’origine della tradizione letteraria sarda non solo per ragioni cronologiche ma anche perché si è fatto iniziatore di un modus scrittorio che ha accompagnato gli autori sardi fino all’età contemporanea.

I Condaghi

Sebbene non esista una letteratura medioevale in lingua sarda, se si esclude ilLibellus iudicum turritanorum, esiste una copiosa produzione documentaria. La Sardegna ha sempre mantenuto il senso pragmatico della scrittura, quello orientato alla tutela dei patrimoni. Sembrano semmai i monaci nuovi venuti ad adeguarsi alla lingua di questo sistema di testi scritti che riusciva a disciplinare in modo efficace i rapporti di scambio e di proprietà. In questo quadro di fortissimo valore pragmatico della scrittura vanno inseriti iCondaghi.

I Condaghi sono registri patrimoniali originariamente (in età bizantina) costituiti da singole schede cucite le une alle altre e arrotolate intorno ad un bastone (chiamato in greco comtacion da cui appunto il termine ‘condaghe’). In età medievale, alla struttura a rotolo si sostituisce quella a libro che è giunta fino ai nostri giorni.
Tra i Condaghi giunti fino a noi:
· Il Condaghe di San Pietro di Silki
· I Condaghi di San Nicola di Trullas
· Il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado
· Il Condaghe di San Michele di Salvennor

· Il Condaghe di San Pietro di Sorres

 
La Carta de Logu
Durante il giudicato d’Arborea, tanto sotto il giudice Ugone II (1321-1335) quanto sotto Mariano IV (1347-1376), è documentato l’impiego delle lingue che accompagnano il volgare sardo: il latino e il catalano, in primo luogo, ma anche l’italiano e il francese.

In questo contesto Mariano IV emana, dopo il 1353, un Codice rurale che successivamente diviene il Codice di leggi civili e criminali (o penali) ripreso e promulgato da Eleonora, probabilmente nel 1392, nella formulazione nota come Carta de Logu.

Questa riveste un’importanza fondamentale nella storia sociale e linguistica della Sardegna. Estesa dal 1421 all’intero territorio isolano, fuorché alle città con statuto proprio, superando secolari e non lineari vicende storiche, rimane in vigore fino al 1827, quando fu sostituita dal Codice feliciano.

La storia della Carta de logu contiene ulteriori motivi di interesse che risiedono nella lingua in cui fu scritta e nel ruolo che svolse all’interno della società sarda. Una lingua che è stata definita da Antonio Sanna “una varietà arborense”, di confine, che mantiene al suo interno i due tipi dialettali logudorese e campidanese.

Accanto alla sua importantissima funzione giuridica, la Carta assolse a due compiti di grande rilievo: ricordò in ogni momentoai sardi che, pur nella miriade di distinzioni interne e nella subalternità politica verso un dominatore esterno, appartenevano a unethnos e che, anche sotto il profilo linguistico, potevano specchiarsi in un tratto comune, in quella “omogeneità primitiva” sulla quale si fondava la lingua della legge; abituò i sardi a considerare come evento normale il fatto che quel supremo documento fosse scritto non in una lingua aulica e distante dall’uso ma nel “tipo dialettale di un’area di confine”.

Il Cinquecento

I maggiori scrittori del Cinquecento utilizzano con intenti letterari più di una delle quattro lingue usate comunemente e tra gli scrittori plurilingue meritano un rilievo particolare:

Antonio Lo Frasso: nato ad Alghero nel 1520 e morto a Cagliari nel 1595. Intraprese la carriera militare. Per un amore contrastato fu imprigionato e costretto ad espatriare in Spagna dove si dedicò interamente alla poesia. I suoi versi gli procurarono una certa fama tanto che il Cervantes cita, nel Don Chisciotte, la sua opera più valida: I dieci libri delle fortune d’amor. Il Lo Frasso poetò, oltre che in castigliano, anche in lingua sarda.

Gerolamo Araolla: nacque a Sassari attorno alla metà del secolo XVI da un’illustre famiglia. Poeta ed ecclesiastico, autore di pregevoli versi in lingua italiana, sarda e spagnola, segnando con la sua produzione poetica il punto di convergenza del trilinguismo che caratterizzava la Sardegna nel periodo. Fu allievo del medico e filologo sassarese Gavino Sambigucci. Studiò lettere e filosofia, e si addottorò in diritto. Abbracciò la vita ecclesiastica solo nella maturità, quando iniziò la propria attività letteraria.

Nel 1582 pubblicò il suo poema Sa vida, su martiriu, et morte dessos gloriosos Martires Gavinu, Brothu et Gianuari, opera che si riallaccia a quella quattricentesca di Antonio Cano riadattando il vasto materiale della leggenda popolare sulla vita dei martiri turritani ad una costruzione narrativa più articolata.
La sua morte viene collocata tra il 1595 e il 1615.

Pietro Delitala: nato a Bosa nel 1550 circa e morto nel 1590 circa. Figlio di Nicolò Delitala e di Sibilla di Giovanni De Sena, visconte di Sanluri. È il primo poeta sardo che usò l’italiano per le sue poesie. Per una vicenda d’amore fu costretto a fuggire dalla Sardegna e a recarsi prima in Corsica, poi in Italia dove divenne amico del Tasso e di altri famosi letterati. Tornato in Sardegna, fu arrestato dal tribunale dell’Inquisizione e gettato in carcere per circa dieci anni; ne fu liberato per l’intervento del vescovo di Bosa, Giovanni Francesco Fara, a cui dedicò alcuni sonetti. Si ignorano l’anno esatto e il luogo della sua morte. Compose Rime diverse, silloge poetica pubblicata a Cagliari nel 1595.

Il Seicento

In questo secolo, lo spagnolo è adottato dagli intellettuali sardi come lingua letteraria, di cultura. La cultura sarda entra a far parte dell’universo della cultura barocca. Ogni scrittore sceglie i propri modelli e alla fine produce un’opera originale, oppure una ricombinazione, un pastiche, destinato a rendere complesso il lavoro dei critici che vogliano descriverne le ascendenze letterarie.

Jacinto Arnal de Bolea è autore di un romanzo intitolato El Forastero. Il forestiero Carlo giunge a turbare la tranquilla esistenza di alcune nobili fanciulle, tra cui quella di Laura, moglie del suo persecutore, il duca Felisardo. Nell’intricatissima vicenda non mancano matrimoni e figli illegittimi, non ultimo quello avuto da Carlo e Laura. Il lieto fine compone ogni tensione: vengono riscoperte le origini nobili del protagonista e i due amanti, dopo la morte di Felisardo, possono finalmente sposarsi.

El forastero è scritto in un castigliano ricco di latinismi, italianismi, sardismi e francesismi e, mentre da un lato documenta il forte legame del de Bolea con la Sardegna e in particolare con Cagliari, “madre de forasteros”, dall’altro mostra chiaramente i rapporti che legano l’autore alla letteratura spagnola. Egli aveva già pubblicato nel 1627 gli Encomios al torneo, poema in ottave in cui descrive il torneo cavalleresco che si svolgeva ogni anno a Cagliari in occasione della festa di San Saturnino ed elogia alcuni nobili sardi.

Nel caso dell’opera del cagliaritano Giuseppe Zatrillas Vico, i pareri sono discordi sia sulla valutazione degli aspetti propriamente letterari, sia per quanto concerne il giudizio riguardante l’opera posta in relazione con la società e la cultura del suo tempo. Cagliaritano, di famiglia nobile, oltre che coltivare le lettere, Giuseppe Zatrillas svolse importanti incarichi politici, ma fu accusato di tradimento, esiliato e imprigionato a Tolone.

Il suo romanzo Engaños y desengaños del profano amor (1687-1688), che ebbe molta fortuna all’epoca, è incentrato sulla relazione amorosa tra il duca Don Federigo e Donna Elvira Peralta. La trama è fortemente intricata e appesantita dalla magniloquenza tipica dello stile barocco, mentre abbondano le sentenze morali (las moralidades) volte a scoraggiare i peccaminosi amori adulterini, secondo un gusto controriformistico che tanto favore incontrava nella cultura spagnola del tempo.

Il teatro

In un’area di confine tra la liturgia e la devozione popolare si collocano le sacre rappresentazioni, spesso veicolo di evangelizzazione e di educazione del popolo - secondo la regola dell’insegnare dilettando - spesso, specie quando non sono opera di ecclesiastici, luoghi di un sincretismo tra cultura alta e cultura popolare, tra cultura scritta e cultura orale, che lascia trasparire realtà più complesse di quelle ricavabili dalla lettera dei testi.

È il pubblico a cui questi testi erano destinati che ci consente di comprendere e ben interpretare l’uso del sardo che vi troviamo largamente attestato. Nel Seicento dunque assume un’importanza notevole il teatro, e soprattutto la rappresentazione drammatica. L’attività teatrale, che costituisce un elemento importante dell’educazione religiosa e letteraria, impiega molteplici lingue: il catalano, che comincia ad avere una presenza meno marcata, il castigliano, che invece si espande, il sardo e, in qualche caso, il latino.
L’ispanizzazione determinava un gusto per lo spettacolo e la festa barocca che in Sardegna trovava alimento negli aspetti drammatici della situazione sociale ed economica e nella tensione religiosa. Rientrano in questo quadro il genere drammatico delle sacre rappresentazioni e quello paralitugico dei gosos.

Gli autori di testi teatrali vivono nel Seicento l’esperienza di chi si trova in bilico fra universi culturali diversi, percepisce il fascino della propria, tradizione, ancorché modesta, raccoglie le suggestioni provenienti dalla grande cultura iberica e, contemporaneamente, non dimentica gli stimoli della cultura e della letteratura italiana.

Vanno citate a questo proposito quindi le opere di Juan Francisco Carmona, Alabanças de San George obispo Suelense Calaritano, e la Passión de Christo Nuestro Señor che descrivono le manifestazioni per il ritrovamento del corpo dei santi e contengono gosos in lingua catalana e castigliana.

Meritano di essere menzionati anche gli scritti di Antonio Maria de Esterzili, cappuccino (1644-1727), Comedia de la passion de Nuestro Señor Jesu Christo, Conçueta del nacimiento de Christo, Rapresentacion del desenclaimento de la cruz de Jesu Christo Nuestro Señor.

Un discorso a parte meritano le opere settecentesche di Giovanni Delogu Ibba, rettore di Villanova Monteleone, Tragedia in su isclavamentu de su sacrosantu corpus de nostru Sennore Iesu Christu, opera che occupa il settimo libro del suo Index libri vitae, zibaldone di versi in latino e in sardo di cui sono particolarmente interessanti i gosos del sesto libro; le opere del sarto di San Vero Milis Maurizio Carrus, Sa passione et morte de nostru Segnore Jesu Christu segundu sos battor evangelistas, e del bororese Gian Pietro Chessa Cappay, Historia de la vida y hechos de San Luxorio, dove interviene anche il personaggio comico, che parla in sardo, Barrilotu, mentre san Lussorio parla in castigliano.

Il testo drammatico più rilevante del periodoè una commedia in lingua castigliana intitolata El saco imaginado del gesuita algherese Antioco del Arca, rappresentata per la prima volta nel 1622, quando vennero riportati a Porto Torres i resti dei santi Gavino, Proto e Gianuario. L’autore si rivolge qui ad un pubblico non popolare e più esigente sotto il profilo estetico. Si sviluppano in ambito sardo i gosos (goccius) che riprendono un modulo della poesia religiosa catalana finendo col divenire un’espressione tipica di una poesia sarda fortemente legata alle forme dell’oralità e della recitazione pubblica.

Degna di rilievo, per originalità e livello culturale, è la proposta per un uso letterario del sardo, presente nell’Introduzione al Legendariu de santas virgines de Jesu Christu (traduzione in sardo di una serie di vite di sante celebri datata 1627) di Gian Matteo Garipa. Il sacerdote orgolese, parroco di Baunei e Triei, sostiene la necessità dell’insegnamento del sardo nelle scuole come prerequisito per il corretto apprendimento, da parte degli studenti, anche delle altre lingue. Sembrerebbe la difesa di una lingua sentita come propria, apprezzata per le sue qualità intrinseche e per il valore didattico che potrebbe assumere, eppure definita “limba latina sarda”.

Consapevole di aver ricevuto quella lingua in eredità dal peggiore dei dominatori, Garipa mostra la serena consapevolezza di chi sa di appartenere a un corpo sociale fortificato da secoli di traversie, reso capace di metabolizzare qualunque elemento estraneo e di trasformarlo in nutrimento per la propria identità.

Egli ebbe da una parte la consapevolezza, di tipo linguistico, del carattere conservativo del sardo e dunque della sua maggiore prossimità al latino; dall’altra fu convinto dell’urgenza di dotare la Sardegna di una tradizione letteraria “nazionale”, ossia di una lingua letteraria uniformemente usata in tutto il territorio dell’isola e sorretta da un repertorio di testi in grado di competere con quelli delle altre lingue europee.

Lezioni di Tiziana Deonette, Gisa Dessì e Simona Pilia
 
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