Emigrati Sardi


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il ritorno

venerdì 14 dicembre 2007 di giovanna casapollo

Emigrare …tornare…io e Marta riflettiamo insieme su queste parole e su quello che contengono come significato profondo.

città del messicoSedute davanti ad una tazza di the in una cucina illuminata da un sole autunnale, tra un silenzio e l’altro raccontiamo le nostre storie. Il suo Messico ormai è lontano, tutto quello che rimane è negli occhi, nei pensieri, nel profondo dei sentimenti di chi vi ha abitato per trent’anni. Io sono ancora qui, in Sardegna. La mia terra di origine impallidisce nei ricordi e si vela di una nostalgia infantile legata ai ricordi di una ragazza che sognava di viaggiare per il mondo.

 
Andare …cambiare luogo, non è mai una scelta, è una risposta ad un bisogno concreto;
spesso la ricerca di un lavoro, a volte la volontà di fuggire dal qui, dal consueto per lasciarsi abbracciare da realtà nuove capaci di svelare quel bisogno di cambiamento che si annida nel tuo animo ribelle.
Adattarsi. Modificarsi, porsi come elemento di cambiamento in un mondo che ti ospita a volte con diffidenza , spesso con indifferenza.
Chi riceve non deve fare altro che essere quello che è, con la sua lingua, la sua umanità marcata da abitudini secolari: cose, cibi, sentimenti, rapporti familiari e comitali diversi dai tuoi.
Chi dà di più in questo rimbalzare di dare e avere che l’inevitabile vicinanza di culture diverse realizza?
 
Costruire una famiglia, buttarsi dentro un lavoro per realizzare speranze di vita, tacitare la tua coscienza popolata da fantasmi di ricordi lontani ti costringe al cambiamento per dare quello che di te è più vitale: germogli di integrazione compiuta.
 
Dall’alto la città mi apparve immensa, tutte quelle luci… non finiva mai. Otto milioni di persone solo nel nucleo centrale dell’agglomerato…e io che venivo da un paese di 800 anime!
 
Ricordo l’immersione in una folla frenetica, le strade , la metropolitana, i quartieri. Una nausea di rigetto iniziale, curata con la mia volontà di restare accanto al mio uomo, a colui per il quale avevo intrapreso quel viaggio infinito.
 
E io guardavo le sue labbra raccontare la fiaba di una terra così lontana da perdermi nell’immaginario di un mondo ricco di culture millenarie e misteriose. Il Messico preispanico, Cortès e la conquista spagnola, il lungo e pesante colonialismo e poi ...la rivoluzione …i disordini ..la repressione.
Quante immagini sfilano davanti ai miei occhi da uno studio lontano e ormai sbiadito dal tempo.
 
Ora Marta sta parlando di colonialismo, dice che tutti i messicani lamentano sempre i guasti che ne sono derivati e in questo trova somiglianze con quello sardo; anche la Sardegna, isola splendida e solitaria nel Mediterraneo, granaio di popoli e rifugio sicuro di marinai, ha subito i danni e il depauperamento delle sue ricchezze naturali: litania di popoli sottomessi che alimenta la loro eterna volontà di riscatto.
 
In quella terra lontana, Marta lotta per la ricerca di un posto di lavoro che dia dignità al suo rimanere ed è così che dopo lunghe e faticose ricerche approda all’Istituto Italiano di Cultura dove trova una sistemazione di lavoro come insegnante di Italiano. Un lavoro ideale per veicolare la lingua e la cultura italiana.
 
Marta rischia, di dimenticare il suo idioma materno, il sardo; ed è così che nel suo sforzo quotidiano di comunicare nelle due lingue veicolari, lo spagnolo e l’italiano, utilizza la lingua sarda mediante una sorta di traduzione mentale istantanea . Un’operazione, questa, preziosa che le ha consentito di conservare viva quella lingua che poteva essere dimenticata.
 
Ma è il ritorno che adesso centra la nostra conversazione. Se si rientra dopo lungo tempo non sei più tu, hai fatto un percorso che comunque ti ha cambiato, ritorni diverso ed è questo ‘diverso’ che rientra …che torna con il rischio di sentirsi straniero in patria.
“Il ritorno come perdita allora?” “No, non so”. I luoghi li ritrovi, non è il mondo che hai lasciato che è cambiato, sei cambiato tu, sei straniero ai tuoi, dentro.
 
L’eroe omerico che ha osato attraversare il mare alla ricerca di mondi nuovi , che ha sulla pelle le cicatrici dell’abbandono, della fuga, non può non essere portatore di qualcosa che feconda la terra che ha ritrovato, dove è tornato prodigo e grato di una diversa accoglienza, quella natia.
 
Il ritorno diviene allora l’inizio di un nuovo viaggio, di adattamento ad una realtà ancora una volta nuova che richiede da te, che arrivi da fuori, uno sforzo continuo perché chi ti riceve non deve fare altro che essere quello che è.
 
 
(da La mia isola di Giovanna Casapollo)
 

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