Ivo Murgia | Cronaca de una morti annuntziada
Sunday, February 15, 2009Dalla Colombia alla Sardegna: Ivo Murgia traduce Márquez per Condaghes
L’arte della traduzione: "Crònaca de una morti annuntziada" Ivo Murgia ’ripensa’ in limba la scrittura immaginifica di Márquez
Il ’realismo magico’ di Gabriel García Márquez trova la sua misura in limba grazie alla traduzione in sardo campidanese di uno dei capolavori dello scrittore colombiano, la splendida "Cronaca di una morte annunciata", a cura di Ivo Murgia per l’editore Condaghes.
Il libro, in libreria nella collana Paberiles, trasporta la vicenda sorprendente di Santiago Nasar, che ignaro del pericolo va incontro alla propria fine per mano dei fratelli Vicario in una dimensione più vicina alla sensibilità, e alla cultura dell’isola nel cuore del Mediterraneo.
La storia, e le atmosfere, i paesaggi, e perfino lo stile, il ritmo della narrazione della "Crònaca de una morti annuntziada" restano tipicamente latinoamericani, pur assumendo un respiro sardo nel fluire dei pensieri di questo suggestivo racconto corale in cui s’intravedono in controluce i tratti di un vivido affresco della società colombiana, dei suoi riti, un ritratto di una profonda umanità.
Il libro è stato presentato nei giorni scorsi a Sinnai, nello spazio all’aperto della Pinacoteca Comunale, in una fresca serata di luglio, dal poeta e studioso Paolo Zedda, che ha proposto alcune interessanti considerazioni sul significato e il valore del felice esperimento della traduzione, lasciando poi la parola allo stesso Ivo Murgia e all’editore Francesco Cheratzu.
A chiudere l’appuntamento, il recital concerto che ha visto protagonisti l’attrice Antonella Puddu, che ha interpretato alcune pagine significative del romanzo (nella versione in limba) e il trombettista Riccardo Pittau che ha costruito dal vivo la colonna sonora, in un’intrigante performance a due voci.
A raccontarci della sua ’avventura’ letteraria è lo stesso Ivo Murgia, che così spiega la scelta dell’opera di Márquez;
Come spesso succede, è il caso che ha deciso: potrei raccontarti molte cose, ma in realtà semplicemente avevo in casa questo libro, che oltretutto ha il pregio di essere breve, e quindi adattissimo per un ’esperimento’ di questo genere, sia dal punto di vista del traduttore... che di quello del lettore, e a parte le battute è anche un autore stranamente familiare, fa parte di quell’universo sudamericano ormai entrato a far parte del nostro immaginario.
Non ti sei scelto un compito facile...
La traduzione è un lavoro veramente difficile, io comunque non mi ritengo un traduttore, professionista, l’ho fatto come esperienza personale, come esercizio di studio della lingua, e anche un po’ come sfida, quella di portare la lingua sarda a confrontarsi con un premio Nobel, e quindi con la letteratura a un livello cosi alto per vedere se fosse capace di reggere il confronto, e lo è di sicuro, indipendentemente dal traduttore, perché la lingua in sé ha tutte le capacità di dire tutto, di raccontare tutto, a tutti i livelli, con tutte le sfumature e tutti i registri, dipende da noi conoscerli e saperli utilizzare.
La traduzione apre una serie di questioni molto complesse e interessanti, non a caso si dice ’traduttore, traditore’, perché inevitabilmente quando uno fa una traduzione ci mette un po’ del suo, perché Márquez è Márquez, e io sono io, con i miei limiti...
La mia non è una traduzione parola per parola, io la chiamerei ’a concetto’, cioè tu prendi una frase, te la leggi, e sai che la devi ripensare in sardo, la devi ambientare, acclimatare, al contesto sardo... la sfida sarebbe quella di arrivare a ’sardizzare’ quello che è sudamericano cercando di non tradirne lo spirito...
Quindi hai trasferito la Colombia in Sardegna
Il testo è perfettamente identico (ride)... anche perché c’è la questione dei diritti, non puoi cambiare nulla... però è ’sardizzato’ diciamo.. nella lingua sicuramente, ma anche nella sensibilità: un lettore mi ha detto "ho notato che in quello che hai scritto si respira un’aria sudamericana, però è come se ci fosse una sensibilità sarda... sembra quasi che questo libro Márquez l’abbia pensato in sardo e scritto in sardo".
Ed è stato il miglior complimento, perché io in effetti ho lavorato così... e infatti ci ho messo un anno, due mesi per farlo e dieci per correggerlo ... un lavoro da pazzi, che sconsiglio calorosamente a tutti... una bellissima fatica.
S’artìculu de Anna Brotzu est pigau de “Week Magazine” n. 27, argiolas 2006.
"Crònaca de una morti annuntziada" - Ivo Murgia traduce Márquez
"Crònaca de una morti annuntziada"
22 settembre 2006, di Exeo
Lo ammetto: non avevo mai letto "Cronaca di una morte annunciata", forse mi ero ripromesso di farlo, ma po’ curpa de sa mandronia o poita femu "sazzau cumenti unu ..." da "cent’anni di solitudine" e altri romanzi di Marquez... poi alla fine uno si dimentica, mica si può leggere tutto... ellus!
Ma poi l’ho ritrovato tradotto nella mia lingua e allora, curioso e "ignorante", addirittura scettico, ho avuto modo di scoprire un grande libro e di ritrovare una grande lingua: "sa lingua sarda"... smarrita tanti anni or sono nei pressi dell’emigrazione, dei condizionamenti culturali "nazionali", nelle impellenze quotidiane e nei troppi luoghi comuni circa le "identità " e le "differenze" culturali sempre valide, solitamente solo a parole, per chiunque non sia musulmano, africano o slavo, e in modo piu soft e "sotterraneo" a patto che non sia nemmeno sardo, perchè se sei sardo non sanno definirti, non sei "meridionale" ma vorrebbero tanto che lo fossi, ma non sei del nord e tanto basta... non sei "straniero" e non sei nemmeno italiano, cioè sì, lo sei e nò, non lo sei, perchè semplicemente, da un punto di vista culturale, gli "italioti tutti" non hanno ancora deciso al riguardo, e nemmeno i sardi... e in pratica sei e non sei... e’ su buginu!
Ellus! "Ellus"... non è una parola casuale, quando l’ho incontrata nei dialoghi dei personaggi di "cronaca de una morti annunztiada" ho riso di gusto, perchè mi riportava ad altre situazioni e personaggi reali, e perchè era profondamente "umana e sarda allo stesso tempo", "necessaria" e insostituibile nel contesto del dialogo.
Sì lo so, in "Cronaca de una morti annunztiada" c’è ben altro e per qualcuno ciò che dico sarà banale, ma mettetevi nei panni di uno che da sempre scrive e ragiona in italiano... e lo fa altrove dalla Sardegna pur sapendo che in fondo in fondo anche nella propria terra è straniero in patria;
Per me è stato come se fosse ripartito un orologio fermo da anni, che all’improvviso ti ripropone tempi e ritmi linguistici naturali, congeniti, chiari nella loro essenzialità e semplicità.
La lettura del libro tradotto da Ivo Murgia mi è sembrata sempre piacevole e fluida, ha effettivamente qualcosa di "familiare" che raramente trovo in molte traduzioni in italiano di altri narratori stranieri.
Merito di Ivo o merito della lingua sarda? Sicuramente di entrambi e alla fine ho dovuto ripensare a quando "non credevo", "non pensavo che", ma sopratutto "non sapevo che" la mia lingua fosse effettivamente tale... e cioè lingua maiuscola, vera, completa, unica e preziosa come tutte le lingue, ed è stato come riassaporare, lentamente, "pane fragrante" appena sfornato dopo, appunto, "cent’anni di solitudine"...
Adesso anche altri testi, scritti in sardo-campidanese, (tanto per cominciare) contribuiscono ad incrementare il caos congenito della mia scrivania, ma l’importante è iniziare.
Le prossime tappe di questa "conversione" alla lingua sarda, - che non è avvenuta sulla via di Damasco e nemmeno sulla Carlo Felice - prevedono una buona grammatica e un dizionario decente per costruire una versione in sardo del sito stesso.
- Pubblicato originariamente su "emigrati sardi" il 26 settembre 2006





Grazie Ivo.
CLAUDIA PIBIRI
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