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Il vecchio leone dell’indipendentismo

di Fabritziu Dettori - Fonte: "Il Sassarese" del 25 luglio 2008

lunedì 1 settembre 2008 di exeo

IL SASSARESE 15 LUGLIO 2008 

Il vecchio leone dell’indipendentismo: Il complotto, confermo, riaffermo e sottoscrivo
di Fabritziu Dettori

Terralba
Ci viene incontro con l’austerità di un guerriero nuragico o, se si vuole, di un soldato arborense, figlio di questa terra nostra di Sardegna. Lui è Salvatore Meloni, un patriota che ha segnato la storia della resistenza indipendentista della nostra Isola. Non staremo a cercare altre similitudini o aggettivi per descriverlo, basterà dire che è un uomo, nell’accezione sarda compiuta di “uomo”, per dire tutto di lui.

Arrestato la prima volta nel marzo 1979 in seguito a delle “informazioni confidenziali” giunte all’ufficio politico della questura di Cagliari, secondo le quali Meloni sarebbe stato a conoscenza di certi campi paramilitari nei pressi di Serramanna (Ca), fu rilasciato dopo breve tempo.

Ma il 15 dicembre 1981 con l’accusa di essere un dinamitardo, è nuovamente arrestato.
Senza un legale fu interrogato e posto sotto pressione per quattro giorni e cinque notti e detenuto in isolamento per nove mesi. Durante la prigionia Salvatore Meloni dimostrò determinazione di combattente attuando un deciso sciopero della fame, iniziato il quattro luglio 1982, che lo debilitò gravemente già dopo un mese.

Bobore (Salvatore), così chiamato dagli amici, applicava su di sé un’autodistruzione corporale che gli fece perdere quaranta chili di peso in cinque mesi e quattordici giorni, portandolo da 105 a sessantacinque chilogrammi, per reclamare il diritto, oggi in parte conquistato, di essere interrogato e di rispondere in lingua sarda, eventualmente anche con l’ausilio di un interprete e di avere, quindi, un processo in sardo.
Con la sua morte, inoltre, sperava di far iniziare e risolvere la “Libertà all’autodeterminazione del Popolo Sardo e lo smantellamento di tutte le basi militari”.

Il giornalista e scrittore Ugo Dessy nel novembre 1982 scrisse per lui un appello sottoscritto da diversi intellettuali tra i quali Fabrizio De André e Dario Fo.

Maria Isabella Puggioni, figura nota del Partito Radicale, nello stesso periodo scriveva: “Lo sciopero della fame di Salvatore Meloni è una di quelle azioni che portano il segno della vita e della speranza, la cui somma può capovolgere il corso delle cose. Dal fondo del baratro egli rischia la propria morte per ottenere giustizia e vita. Dobbiamo ringraziarlo”. Oggi le sue braccia non hanno più vene e se è in vita è grazie all’alimentazione forzata somministrata attraverso una flebo nell’ospedale di Pisa, applicate non prima di “riconoscere”, comunque, la sua “Incapacità di intendere e di volere”.

Di Bobore sono memorabili le sue parole scritte mentre sfiorava la morte dal carcere di Buoncamino: “La libertà del mio Popolo vale più della mia vita”. E mentre le testate giornalistiche di mezza Europa, specie quelle inglesi e tedesche, davano ampio spazio alla gravità della sua situazione fisica e politica, quelle italiane tacevano e le sarde, eccetto quelle alternative, dedicavano poco spazio.

Il quattro dicembre 1982, ancora prigioniero delle patrie galere, fu ritenuto corresponsabile del “presunto” complotto separatista che portò in carcere ventisette persone, tra le quali il patriota Oreste Pili, all’epoca membro insieme a Meloni del comitato centrale del Partito Sardo d’Azione e oggi assessore alla cultura di Capoterra (Ca), eletto nelle liste del P.S.d’Az. e Bainzu Piliu in quel periodo docente universitario e segretario del FIS (Fruntene pro Indipendentzia de sa Sardinia) e sindaco di Bulzi (SS).

L’organizzazione “separatista”, che molti ancora ritengono inventata dai servizi segreti italiani per arrestare il processo evolutivo indipendentista nell’isola, fu la continuità storica delle pianificazioni antipiemontesi registrate storicamente nel 1794, 1802 e 1812. Ma, come le ultime due, il “Complotto”, fallì. E alcuni “patrioti” che durante la militanza ostentavano convinzione gridata, alla faccia del sacrificio stoico di Meloni, temendo la galera, se la fecero addosso e si pentirono.

Tra questi spiccò Pantaleo (Leo) Talloru di Serrenti (Ca) uno studente che protestò nel 1977 con i docenti dell’università di Cagliari che non gli consentivano di dare in sardo un esame di linguistica sarda. Oggi Talloru è compagno di partito di Pili e la sua carriera politica lo ha portato a coprire le cariche di Assessore (cultura e istruzione) e Vicesindaco del Comune di Serrenti, nonché Consigliere della provincia del medio Campidano e presidente della III commissione di questa stessa provincia.

Dopo due anni dall’arresto, Meloni decise di rispondere in italiano al giudice Mario Marchetti, il quale lo “ricompensò” concedendogli gli arresti domiciliari. Bobore dirà: «Questa concessione rappresenta una grandissima sconfitta».

Al processo Salvatore Meloni fu condannato a nove anni di reclusione e all’interdizione perpetua ai pubblici uffici, Oreste Pili a tre anni e quattro mesi e Bainzu Piliu a quattro anni. Per tutti la condanna fu: “Cospirazione politica finalizzata a staccare la Sardegna dall’Italia”.

All’età di sessantacinque anni Bobore Meloni, definito dopo anni dagli eventi citati: “Una persona di grande intelligenza” dallo stesso giudice Marchetti, ha deciso di riprendere la lotta per l’indipendenza della Sardegna rifondando il Par.i.s., (Partidu indipendentista sardu, il primo fu costituito nel 1984), «Per risolvere la causa indipendentista, la quale è insabbiata da molto tempo perché non esiste un progetto vero e proprio per arrivare all’indipendenza».

Si dice che tu hai iniziato la militanza politica nel M.S.I. ?
«No! Io, già dal 1976 sono stato uno dei fondatori del FIS con Bainzu Piliu e, ancora prima, ero nel P.S.d’Az. Molto semplicemente durante i preparativi per le elezioni comunali di Terralba, quando ero vice segretario del distretto di Oristano del partito sardo d’azione, mi opposi all’ ordine di Italo Ortu di stringere alleanza col Partito comunista, e mi candidai – come sardista indipendente – in una lista civica.
Ma non ho mai fatto parte del movimento sociale».

Quando prendi coscienza di essere sardo e non italiano e, quindi, indipendentista?

«Torino, anno 1961! Centenario della fondazione dello Stato Italiano. Ero un ragazzo che lavorava alla costruzione dei padiglioni per i festeggiamenti dell’unità d’Italia. Mi ritrovai lì a chiedermi dell’Italia, della sua storia e della storia della mia Sardegna. Colsi la diversità e la differenza».

A me sembra che i sardi non abbiano una coscienza nazionale matura che li porti a concretizzare un discorso indipendentista...

«Quando si parla dei sardi in questi termini, a me viene da ridere. Perché, chi è che può decidere se un popolo è maturo o meno? Chi è “colui” che può giudicare tale maturità sui temi che noi proponiamo?».

I sardi, se tu fai un sondaggio, si ritengono sardi, ma anche italiani e sono legatissimi all’Italia e fra l’altro la loro sardità non si esprime politicamente. Mi sembra che questi dati parlino da soli...
«Non è vero! La prova è all’esterno della Sardegna, dove c’è un continuo proliferare di circoli sardi, questo ritrovarsi “per forza” e con forza rivendicare la propria sardità».

Si, ma sempre sotto il tricolore...

«Il condizionamento può avvenire in mille modi. La dipendenza è imposta da chi controlla la scuola, l’informazione ecc. e faccio questo esempio: prendo dieci ragazzi aborigeni australiani e gli insegno che sono vichinghi. Prendo dieci ragazzi vichinghi e gli insegno che sono aborigeni australiani. Quando questi s’incontreranno ognuno rivendicherà l’identità imposta, fino a che non gli faranno ragionare e capire che sono stati semplicemente condizionati. Ciò accade a noi sardi».

Passiamo al “presunto” Complotto Separatista. Nel 1987 tu ammettesti le tue “colpe” e responsabilità, dichiarando che “Fu un’ubriacatura” e quindi “di essere il capo dei “separatisti” armati”...

«Si!».

Quindi non è vero quanto si dice che il “complotto” era ordito dai servizi segreti italiani?
«La diciamo la verità? Adesso?».

A noi interessa solo la verità!
«I servizi segreti quando scoprirono ciò che “c’era sotto” svennero! Ma quale complotto ordito dai servizi segreti!».

Perché svennero?
«Per il progetto di occupazione dell’Isola di Maldiventre e per i contatti internazionali. Scoprirono che io viaggiavo per la Libia con i semirimorchi da Casale Monferrato a Bengasi e, inoltre, che la Libia era pronta per riconoscere la libera repubblica dell’isola di Malu Bentu [Maldiventre]. Tutto era pronto! Noi avremmo, quindi, preso possesso di quell’isola, decretato la libera repubblica sarda e immediatamente saremmo stati riconosciuti dalla Libia e Somalia. Ciò non per caso, ma per un motivo ben preciso: erano ex colonie italiane.

A quel punto avremmo avuto diritto, perché basta che uno Stato ti riconosca un seggio, come osservatori, alle Nazioni Unite e, quindi, in prospettiva la richiesta del referendum per l’autodeterminazione».

Confermi, quindi, che non è vero che fu una montatura politica dei servizi, ma che l’organizzazione è esistita.

«Certo!».

Come giudichi i pentiti?
«Io sono più negativo con coloro che, come se non fosse accaduto nulla, si sono auto investiti ad esseri innocenti. È vergognoso! Se devo scegliere fra un pentito che riconosce di essere stato debole e uno invece che è stato dentro tutta la vicenda, che l’ha approfondita e che è stato uno dei responsabili o un capo e poi si nega o rinnega dicendo “io sono una vittima”, qua casca l’asino! Io lo dico, lo confermo e rivendico quello che stavamo facendo».

Quanto è importante la lotta armata nella liberazione nazionale di un popolo?
«Ci sono delle fasi storiche. In quegli anni c’era una repressione diversa dall’attuale. Noi avevamo fatto un’analisi perfetta: il binario seguito da tutti i movimenti di liberazione, uno politico e uno militare, perciò ci stavamo muovendo in questi campi. ...E alcuni sono stati in Libia».

In questo Paese avevate contatti politici soltanto con gli “ambasciatori” oppure portavate avanti un discorso militare?
«Io sono “fratello di sangue” di uno dei colonnelli [cita il nome] del colpo di Stato fatto da Gheddafi».

Non ho capito... In Libia ci si andava per fare addestramento militare...
«Anche».

E tu l’hai fatto?
«Anche. Io non mi sono mai sentito colpevole. Ho fatto il mio dovere. Credo nei sardi, nella loro maturità. L’hanno dimostrato nel 1984 dando un ampio consenso al P.S.d’Az. e i sondaggi di quegli anni sull’indipendenza, hanno sempre dimostrato che più del 60% dei sardi si esprimeva a favore della sovranità. Chi ha deluso e tolto la speranza ai sardi, sono coloro che raccolsero i frutti dell’indipendentismo, pur non essendo indipendentisti.

Dal carcere chiedemmo di essere candidati, ma la dirigenza del Partito sardo si oppose in tutti i modi perché temeva le nostre nomine eppure siamo stati noi, già al Congresso del 1979 ad Oristano, a parlare di “indipendenza”. Poi con il sottoscritto tale programma si è concretizzato nel congresso del 1981 a Porto Torres con l’articolo uno dello statuto che recitava: “Il Partito Sardo d’Azione si propone di portare il Popolo Sardo all’Indipendenza”. Presupposto [e requisito] legato all’accordo con i Paesi Stranieri».

Sei mai stato torturato psicologicamente?
«No. Anche perché questo genere di pratica con me non avrebbe attecchito! Mi chiedevano di tutto, quali erano i nuclei indipendentisti... perché ce n’erano altri che non sono mai stati scoperti, te lo posso garantire. Li conoscevo solo io. Gli inquirenti cercarono i campi paramilitari, ma l’ordine era, in tal caso, che qualsiasi cosa andasse sotterrata».

Col Par.i.s che tipo di battaglia intende portare avanti?
«La nostra sarà una battaglia alla luce del sole. Stiamo creando le infrastrutture che opereranno sul territorio, perciò è stata fondata un’associazione culturale “Patria sarda”, una cooperativa “Made in Repubblica de Sardigna” e, inoltre il “Sindacau sardu de sos trasportos”. Tutto questo serve per incidere sulla struttura sociale operativa e occupativa dei sardi».

E la strategia politica?
«Noi puntiamo sul referendum. E nel 51% ci saranno quei sardi che oggi militano anche nei partiti italiani. Non facciamo una questione di DNA perché altrimenti non aggregheremo mai i sardi. Nella parola “indipendenza” o “Repubblica sarda” per noi sono compresi tutti i sardi. Non possiamo fare scremature di chi ci piace o no, oppure rivendicare la verginità politica. Si deve creare una coscienza nazionale diffusa». 

Fabritziu Dettori

 

craccai innoi po’ ascurtai s’intervista in sardu fatta da Antonietta Demurtas a Tziu Srabadori Meloni

 

P.S. Innoi no si seus mai pirmittius de giudicai, politigamenti, a nixiunus de is chi gherrant, pacificamenti, pò s’Indipendentzia, balla ca no. ;-))
Cust’omini, po su chi ndi sciu, a pagau unu contu troppu mannu a s’idea, giusta, de porri bivi in dd’una terra libera e indipendenti.
In s’ istoria cosa nostra, sa de sa terra nostra, nci funt contus medas chi no torrant ancora... e s’emigratzioni est unu de is primus

Ma a sa propriu manera s’Indipendentzia de sa Sardinnia est una chistioni delicara mera, seria e manna, e no podint essi is corpus de conca "sconcaus", cumenti "s’arrembaggiu" a MaluEntu, a dd’aggiudai, mancai siant fattus po fai a connosci su partidu politigu chi ant torrau a fai e chi s’acciungit a tottus is atrus partidus indipendentistas sardus chi nci funt giai.
exeo


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