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Migrazioni di ieri e di oggi

lunedì 19 gennaio 2009 di exeo

Aperto alla "casa della memoria e della storia" di Roma il convegno su "Migrazioni di ieri e di oggi" 
19/01/2009 ROMA- aise -

"Un giorno, molti anni fa, trovandomi a New York, visitai casualmente il museo dell’emigrante di Ellis Island, l’"isola delle lacrime" situata su quel tratto di mare dove l’Hudson si riunisce nell’East Reaver prima di sfociare nell’Oceano Atlantico, una piccola isola a sud di Manhattan. Ritrovai le tracce di lontani parenti tra i seicentomila nomi incisi sui pannelli di metallo posti lungo il muro circolare del giardino che affaccia sulla Statua della Libertà.

Rimasi profondamente turbato e da quel giorno iniziai a scavare tra le atmosfere evocative di quelle storie lontane". Parte da qui il racconto di Nino Di Paolo, generale della Guardia di Finanza e autore del libro "Ellis Island. Storia, versi e immagini dello sradicamento" (Edizioni La Città del Sole, 2007), che ha aperto il convegno "Migrazioni di ieri e di oggi" questa mattina a Roma, presso la Casa della Memoria e della Storia, in occasione della mostra "Ellis Island: italiani d’America" in programma sino al 28 febbraio.

Al convegno, coordinato da Patrizia Salvetti dell’Università degli Studi di Roma "La Sapienza", sono intervenuti, oltre a Di Paolo, Maddalena Tirabassi, direttore del Centro Altreitalie sulle Migrazioni Italiane, con una relazione su "Migrazioni italiane dall’Ancien Régime a oggi"; Matteo Sanfilippo dell’Università degli Studi della Tuscia su "La chiesa cattolica tra gli emigranti italiani"; e Bruna Bianchi dell’Università Ca’ Foscari di Venezia su"Vita quotidiana - familiare e lavorativa - dei giovani immigrati negli Stati Uniti (1880-1920)".

"Sono nato in un piccolo paese dell’Abruzzo, Cansano", ha raccontato di Paolo presentando la sua relazione dal titolo "Via Roma 64, il giardino dei mandorli", "che, alla fine dell’800 e nei primi decenni del secolo scorso, è stato protagonista di un massiccio fenomeno migratorio. Ho respirato aria di emigrazione fin dall’infanzia, che ho trascorso nella casa costruita da mio nonno proprio in via Roma 64, dove aveva piantato un giardino di mandorli".

"il mio lavoro parte dalla volontà di raccontare e portare all’attenzione dei tanti della figura dell’Emigrante, oltre che del fenomeno dell’emigrazione, l’emigrante con il suo percorso dell’anima, un lavoro volto ad esplorare il dolore che si cela dietro al distacco". Una parte importante dell’iniziativa organizzata dalla Casa della memoria e della storia, ha spiegato, "è rappresentata dalla mostra relativa alla "grande emigrazione" avvenuta attraverso Ellis Island".

Il tema dell’emigrazione "credo sia oggi molto attuale perché c’è una Ellis Island intorno a noi e che appartiene a tutti coloro che per varie ragioni non scelgono di partire ma sono costretti a dover abbandonare i luoghi in cui sono cresciuti". Secondo Di Paolo occorre quindi "partire dalla nostra "grande" emigrazione un fenomeno spesso ignorato, quasi una parentesi da cancellare e di cui vergognarsi.

Eppure dimenticare la propria storia equivale a negare almeno una parte della propria identità. Perché dovrei vergognarmi di apprendere che i miei nonni, e molti dei miei lontani parenti furono emigranti, che speravano in un riscatto sociale nelle miniere del Colorado o nelle lontane pianure dell’Australia?" Dunque, "capire perché se ne andarono, a quali condizioni di vita vollero fuggire, come se ne andarono, e a quali umiliazioni devastanti dovettero piegarsi, può essere utile a capire il nostro presente.

Per oltre sessant’anni, dal 1892 al 1954, gli edifici rosso mattone eretti su quel piccolo lembo di terra ospitarono la più grande massa migratoria ella nostra storia contemporanea". "La motivazione che ha dato vita a questa proposta", ha illustrato l’autore del libro "Ellis Island. Storia, versi e immagini dello sradicamento", "è stata molto forte perché, come diceva Silone "l’amore per la propria terra uno se la porta dentro, diventa una parte di te in qualunque parte del mondo tu viva"".

"Tutti in noi abbiamo un "emigrante" che sonnecchia e che risponde ad un’immagine di distacco e di rifiuto"", ha affermato. "La dimensione dell’emigrante", ha aggiunto di Paolo, "è un’ombra rannicchiata in fondo all’esistenza che può affiorare in superficie nei momenti più impensabili della nostra vita. E se da qualche parte noi siamo "stranieri a noi stessi", se l’emigrante è dentro di noi, può essere utile imparare a fargli posto".

Come messo in evidenza anche da Stefania Fabri, Responsabile del servizio Spazi Culturali del dipartimento Politiche culturali del comune di Roma nella presentazione della giornata, "nel convegno "Migrazioni di ieri e di oggi" si vuole mettere in evidenza come l’emigrazione italiana nel mondo abbia rappresentato uno dei tratti peculiari di tutta la storia del nostro Paese, come sia stata un’esperienza intensa e diversificata che ha avuto effetti nell’economia, nella cultura e nell’immaginario collettivo". L’incontro odierno, si pone dunque l’obiettivo di fare il punto sulle migrazioni di ieri ma anche su quelle di oggi".

"L’interesse verso la storia dell’emigrazione italiana è oggi esteso oltre i confini degli addetti ai lavori", ha commentato Patrizia Salvetti. "L’arricchimento di materiale fotografico nella storiografia dell’emigrazione", ha precisato, "è un arricchimento per tutta la storia contemporanea. Il processo dell’emigrazione rimanda oggi ad un processo di modernizzazione".

Maddalena Tirabassi con la relazione su "Migrazioni italiane dall’Ancien Régime a oggi" ha posto l’accento sui vari aspetti e sulle diverse epoche delle migrazioni italiane. Inoltre, ha evidenziato come sia importante "capire i tratti comuni del fenomeno migratorio di ieri e di oggi, di come le condizioni che hanno condizionato l’emigrazione abbia assunto una valenza diversa a seconda del Paese di arrivo".

Il quadro generale mostra che "l’intera storia del nostro Paese è stata plasmata dall’emigrazione dei connazionali all’estero molto più di quello che si pensa perché il fenomeno ha toccato, direttamente o indirettamente, quasi tutta la popolazione". La Tirabassi ha ricordato anche che già nel ‘700 gli italiani si spostavano in Europa prestando il loro talento nella costruzione di grandi capitali come Sanpietroburgo.

Nell’Ancien Régime, infatti, "si parla anche di esuli politici che nel 1799 scappavano durante i moti giacobini". Ancora oggi, ha concluso il direttore del Centro Altreitalie sulle Migrazioni Italiane, "gli italiani costituiscono il numero più alto di emigrati all’estero".

Del ruolo de "La chiesa cattolica tra gli emigranti italiani" ha parlato Matteo Sanfilippo, partendo dal ‘500 epoca nella quale la percentuale di emigrati italiani era uguale a quella dei nos

tri giorni. "La chiesa cattolica assolveva fondamentalmente a due ruoli principali", ha esordito Sanfilippo, "quello Sociale e di Controllo". "Le chiese erano luogo di incontro, dove la messa era recitata in latino, perciò senza la difficoltà della lingua; inoltre era il luogo dove le famiglie si incontravano per i battesimi, i matrimoni, ed erano unico luogo deputato alla socializzazione per le donne. Erano anche il luogo di incontro per le comunità che provenivano dalla stessa regione o nazione".

Quanto alla funzione di controllo Sanfilippo ha illustrato che "attraverso la confessione, fatta in volgare e non in latino, si poteva verificare la buona condotta dei fedeli. Nel ‘500 assistiamo poi alla spaccatura della chiesa cattolica e alla nascita del protestantesimo, ad esempio, e da qui la necessità di assicurasi che i fedeli non passassero all’altro culto".

"Nell’800", ha proseguito, "nacque un altro pericolo: quello politico. Londra divenne un luogo pericoloso dove gli anglicani potevano influenzare gli italiani nei moti del risorgimento. È sorta così, nella capitale britannica, la chiesa di San Pietro dove furono mandati dei preti direttamente da Roma". "Si voleva evitare che prendessero piede i movimenti risorgimentali contro il Papa", ha continuato Sanfilippo.

"Poiché il Papa stesso sapeva che la maggior parte dei governi europei erano anti papali, si decise di inviare con gli italiani che emigravano verso le Americhe, terre non particolarmente anticlericali, rappresentanti del clero che accompagnassero i loro fedeli con il compito di fondare delle chiese sul posto e di diffondere il culto della religione cristiana. Nacquero così", ha concluso, "istituzioni proprie della chiesa che divennero in grado di seguire gli italiani nella loro storia di emigrazione".

A concludere le relazioni della mattina Bruna Bianchi dell’Università Ca’ Foscari di Venezia che nella sua relazione su "Vita quotidiana - familiare e lavorativa - dei giovani immigrati negli Stati Uniti (1880-1920)" ha parlato della condizione dei minori in emigrazione, ma soprattutto della loro deportazione nel corso della grande guerra.

"Dal 1856 al 1876", ha riportato la Bianchi, "la figura del bambino italiano emigrato negli Stati Uniti corrisponde a quella del piccolo suonatore di organetto di strada. Sulla stampa dell’epoca venivano illustrate le "tane" degli italiani dove questi bambini la notte trovavano riparo. Erano quasi tutti bambini sfruttati da padroni, vittime della brutalità che però non avevano perduto il candore dell’infanzia".
I bambini di strada, venditori di giornali o lustra scarpe, avevano però lasciato volentieri il lavoro nei campi che facevano in Italia, "perché stare per strada dava loro più libertà, più momenti di svago, e più possibilità di migliorare la propria condizione economica".

In quel periodo nacque a Chicago il primo tribunale per i minorenni ad opera di Jane Adams che, nel suo primo anno di attività, potè constatare che la maggior parte dei bambini arrestati per piccoli furti aveva meno di 11 anni, spinti a rubare per la fame. Se i bambini, aggiunge Bruna Bianchi, "lavoravano per la strada o nelle fabbriche, le bambine cominciavano come domestiche o si dedicavano alla filatura".

"Questi bambini", ha continuato, "arrivavano da famiglie poverissime con grosse difficoltà di inserimento anche a causa della lingua. Le difficoltà linguistiche erano inoltre causa del rifiuto della scuola, respingente nei confronti dei figli degli immigrati italiani deputati a lavori in fabbrica o edili". La spinta al lavoro da parte dei genitori, "arrivava da quella definita "ignoranza" degli italiani che, a differenza degli americani che proteggevano i figli mandandoli a scuola, sfruttavano la prole affidandoli alla strada o alla fabbrica".

Bisogna ricordare, ha puntualizzato la docente, che "lavorare significava per i bambini avere la possibilità di contrattare con la famiglia piccoli margini di libertà perché produttori di un reddito. Per le ragazze, invece, era un modo per stringere delle amicizie da dove trarre la forza di sfidare l’autorità familiare". Secondo i riformatori dell’epoca, spiega ancora la Bianchi, "i conflitti familiari erano dovuti al disorientamento dei genitori per il nuovo modo di vivere, della scarsa conoscenza della lingua, appunto, tanto che molto spesso le mamme non sapevano neanche in quale parte della città lavorassero i propri figli".

Infine, ha concluso la Bianchi, "riassumendo, dalle testimonianze dell’epoca e dagli studi dei primi riformatori si evince che il bambino italiano, figlio di emigrati, è un bambino che ha delle difficoltà familiari, sfruttato, che lavora, e che non va scuola, ma sempre pronto a cogliere le occasioni per migliorare la loro condizione".

Fonte: Aise

Federica Cerino


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