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Sa chistioni de sa Terra in Sardìnnia fudi, e fintzas oi est, sa chistioni de sa Lìngua e s’imbressi.
Custu chi sighit est su de duus capìtulus de sa tesixedha de laurea cosa mia. Po dha cuncodrai apu scioberau custu arrogu apitzus de su giorronnali castedhaju su “Curreu de Sardìnnia” prentzau in Castedhu a tundu de su 1864 e fintzas a su 1879. In is ses mesis, de su 1865, chi deu apu dèpiu lìgiri, schedai e contai is arrigas de is artìgulus, po biri in s’ecunumia de su giorronnali ita tretu de importàntzia dhi donant, dh’is lassant, in is pàginis.
Apu lìgiu casi centuxincuanta nùmurus de su giorronnali e schedau 3.885 artìgulus.
Diretoris de su “Curreu de Sardìnnia” funti stètius fintzas O. Bacaredha e G.B. Tuveri. Asuta de s’arrètulu su “Curreu de Sardìnnia” teniat scritu in prus piticu: giorronnali polìtigu-ecuòmigu-cumercialli ufitzialli ca “pubrigat is insertzionis e atus e abisus de sa Càmara de Cumèrciu”.
No sceti in custus artìgulus chi apu postu innoi, ma fintzas sa pubricidadi s’amostat cumenti in cuss’annus si fessit tèntia sa burghesia sarda in is chistionis chi anti lassau arroris e corrutus fintzas a is dias de oi in Sardìnnia.
Su giorronnali no pigat positzioni crara contras a is leis po ndi sdarrobai is 200.000 ètarus de is terrinus ademprivilis a is sardus, ma custu torrat sceti s’abètiu chi nci fiat in su stamentu cuntinentali, fadendi aici, segundu issu, sceti “informatzioni ogetiva”.
Sa bellesa de biri ita pentzat e abètiat “s’élite” de sa crassi dirigenti sarda de cudhas dias est amanniada po sa lìngua bècia italliana chi benit imperada po scriri custu giorronnali. Apu lassau is maneras antigas de scriri cumenti est scritu su giorronnali in cussu tempus.
“Il Corriere di Sardegna e l’abolizione” de is ademprìvius.
2.1 Profili istituzionali della questione degli ademprivi.
Con la legge del 23 Aprile 1865 n° 2.232, e col relativo regolamento esecutivo del 26 Luglio 1865 “tutti gli usi conosciuti nell’isola di Sardegna sotto il nome di ademprivi, nonché i diritti di cussòrgia sono aboliti”, articolo n° 1. Tale legge cancella, quantomeno “de iure”, se non de “facto”, l’ultima traccia materiale del “Regnum Sardiniae”: la proprietà e il possesso imperfetti, nonché gli usi fondiari antichi, preesistenti anche all’invasione e dominio catalano-aragonesi.
Il processo istituzionale di tale abolizione si colloca in una posizione di assoluta rilevanza nella storia della Sardegna. Non sfugge che la storia della questione sarda sia principalmente la questione della terra, e che attraverso questa problematica la Sardegna si collochi nella più generale questione meridionale, anche se l’Isola vi entra con un percorso originale, dettato dalla propria storia e dai propri istituti comunitari, i quali resistettero anche in epoca più recente, formalmente fino alla legge n° 2.232 dell’Aprile 1865 e al suo regolamento d’esecuzione. Sappiamo peraltro che l’uso comunitario della terra non venne meno, di fatto, neppure dopo il 1865. Questo continuò, così come continuarono le infinite serie di liti collegate alla disputa sui diritti d’uso. Tali contrasti continuano come purtroppo ci ricordano, anche di questi tempi, la bombe che scoppiano in alcuni paesi della Sardegna centrale, le intimidazioni agli amministratori, le elezioni disertate e i commissari prefettizi.
Col termine ademprivi (o ademplivi) si individuano “un complesso di diritti d’uso che si esercitavano nell’ambito delle circoscrizioni comunali”. [1]
Tale insieme di diritti si riteneva spettante agli abitanti di un Comune, o distretto, – indipendentemente da ogni diritto di proprietà sul suolo sul quale si esercitava – per il semplice fatto dell’occupazione, cui si riconnetteva la facoltà naturale competente a ciascuno, di soddisfare i propri essenziali bisogni di vita.
Diverso dagli ademprivi è il diritto di cussòrgia, diritto, quest’ultimo, che fu abolito assieme agli ademprivi, e che rappresentava un diritto collaterale ai primi, probabilmente nato e diffusosi durante la dominazione catalano-aragonese, consistente nella sottrazione del bene alla comunità per concederlo a privati, singoli o gruppi, anche estranei alla comunità stessa, a fini di pascolo e di miglioramento del bestiame.
Secondo una statistica del 1852 questi ademprivi erano formati da un complesso di terre che ammontavano a 472.841 ettari, contro un totale di 1.234.609 ettari in possesso dei privati. Tale imponente estensione di territorio vedeva interessati i possessori di capitali da investire, i quali si aspettavano di concludere cospicui affari perché, una volta immessi sul mercato fondiario, questi appezzamenti avrebbero sicuramente determinato un ribasso del prezzo dei terreni, cosa che poi puntualmente accadde. [2]
Bisogna ricordare che la questione delle riforme riguardanti la proprietà fondiaria aveva già prodotto lacerazioni nel struttura sociale dei Comuni sardi già con il cosiddetto “Editto delle chiudende” del 6 Ottobre 1820, che però fu, a causa dei moti antimonarchici, promulgato solo il 4 Aprile 1823. Esso mirava a favorire la proprietà privata mediante la chiusura dei fondi occupati; in tale direzione si proseguì con la legge del 25 Maggio 1836 sull’abolizione del feudalesimo mediante il riscatto dei feudi da parte delle popolazioni locali, e con la Carta reale 26 Febbraio 1839, e il suo relativo regolamento, con i quali si stabiliva che le terre, dal punto di vista della proprietà, appartenessero ai privati, ai Comuni o al Demanio, mirando ad eliminare ogni residua forma di proprietà collettiva della terra. La divisione delle terre comunali in lotti da 5 starelli l’uno (0,40 ettari per starello) e la vendita dei terreni del Demanio, questi ultimi per la maggior parte improduttivi, causò una serie di problemi e malcontenti tra le popolazioni. [3]
Tutto questo sfociò, sia per le chiudende, sia poi nel 1868 con i fatti de Su Connotu, in manifestazioni di protesta contro le chiusure, contro i proprietari, contro le autorità; con la distruzione di chiusure, l’invasione di fondi con il bestiame, e rivolte popolari. In alcuni casi si arrivò a ripetere le assegnazioni (come nel caso di Sedhori), in altri casi si giunse ad assaltare i municipi (come a Nùoro) nel 1868, questo proprio in conseguenza dell’abolizione degli ademprivi. [4]
Dal 1850 si successero una serie di leggi preparatorie, che condussero poi all’abolizione vera e propria, avvenuta nel 1865, degli ademprivi. Nel 1859 il Progetto d’abolizione degli ademprivi fu presentato dal Ministro della Pubblica istruzione e delle Finanze Lanza, in data 14 Gennaio, alla Camera dei Deputati, che lo approvò il 3 Marzo e lo rinviò al Senato del Regno, il quale però non lo discusse perché incalzavano gli avvenimenti della Seconda Guerra d’Indipendenza. Con questa legge lo Stato tentò di appropriarsi della metà del patrimonio ademprivile, lasciando l’altra metà ai Comuni. Nel 1863, infatti, a seguito di una proposta da parte di alcuni capitalisti inglesi che si erano offerti di provvedere la Sardegna di una rete ferroviaria, era stata approvata la legge del 4 Gennaio, che attribuiva 200.000 ettari di terreni ademprivili alla Società Concessionaria delle ferrovie. Di fatto, di tale quantità di terra solo una minima parte fu effettivamente assegnata alla Concessionaria, mentre la maggior parte fu incamerata dal Demanio.
Contro il successivo Progetto di legge abolizionista si sollevarono aspre polemiche da parte delle comunità che si vedevano decurtare la metà dei terreni che, è bene ricordarlo, erano stati dalle stesse comunità riscattati a caro prezzo dai feudatari. Tra le voci che si levarono contro l’abolizione degli ademprivi troviamo quelle di Musio, Mulas, Giovanni A. Sanna, Sineo e di Cattaneo, al quale va riconosciuto il merito di aver lanciato la proposta di finanziare opere pubbliche in favore dei Sardi con i beni acquisiti dal Demanio.
G.B. Tuveri dirà più tardi, commentando questi provvedimenti, constatava che le terre erano state chiuse e privatizzate, ma non per questo la pastorizia era diventata stanziale, infatti, “Ora i pastori o si disfecero del bestiame”, oppure invadevano i terreni – ormai privati – e “facevano per necessità” quello che prima avevano fatto per “avidità”. [5]
(prima pubblicazione: 5 gennaio 2008)
Il testo completo di questo articolo è scaricabile, in formato doc, nell’allegato inserito a fondo pagina.
Stanis Dessy - CAGLIARI DA MONTE URPINO, 1926
olio su tela, cm 88 x 109, Cagliari, coll. RFI
Rete Ferroviaria Italiana, Società del Gruppo Ferrovie dello Stato.
[1] Questi permettevano il pascolo del bestiame, la seminagione, l’utilizzo di fonti e corsi d’acqua, la raccolta delle ghiande per gli animali e per sfamare anche le persone (poiché con esse si panificava), raccolta del sughero e della legna, sfrondare alberi e fare strame nei terreni liberi destinati all’uso collettivo, che potevano essere baronali, comunali e demaniali e persino privati, ma in subordine al proprietario; si aggiunga che fra questi terreni soggetti all’uso ademprivile vi erano compresi anche degli stagni. Questo diritto era goduto individualmente ma solo in quanto membri della comunità stessa. Vedi L. Ortu, Aspetti della questione sarda e meridionale, Note sull’abolizione degli ademprivi dal 1856/76, Altair, Cagliari, 1983, pag. 31, nota n° 4.
[2] Vedi in proposito G. Sòtgiu, Storia della Sardegna Sabauda, Laterza, Bari, 1984, p.p. 283, 284, 285.
[3] “Il malcontento per le chiusure sfociò in una vera e propria rivolta nella zona pastorale del Nuorese….. S’infittirono le demolizioni delle chiusure mentre, già da alcuni anni erano cresciuti i delitti comuni”. L. Scaraffia, La Sardegna Sabauda, UTET, Torino, 1987, pag. 117.
[4] “Una sommossa si era già avuta a Nùoro alla fine del novembre del 1866, quando la situazione, a seguito del completo fallimento dei raccolti, divenne tanto grave che si dovettero lamentare alcuni casi di morte per fame”. A. Boscolo, M. Brigaglia, L. Del Piano, La Sardegna Contemporanea, Della Torre, Cagliari, 1983, pag. 217.
[5] L. Del Piano, La Sardegna nell’Ottocento, Chiarella, Sassari, 1894, pag. 261.
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